Tutti parlano di Ulisse. Ma l'Odissea è una storia di salute
Scritto il 26/08/2026
da Pier Raffaele Spena
C'è un film che sta riportando tutti a Itaca. Sale piene, discussioni sui social, gente che riprende in mano un poema di quasi tremila anni fa. E va benissimo così: l'Odissea è una grande avventura, con mostri, tempeste e naufragi. Ma se la si guarda con gli occhi di chi convive con una malattia, o di chi assiste una persona malata, l'Odissea racconta un'altra storia. Una storia che conosciamo tutti, anche senza essere mai saliti su una nave.
Tutti parlano di Ulisse. Ma l'Odissea è una storia di salute
Cicatrici, ritorni e chi ci aspetta: cosa insegna il poema di Ulisse a chi convive con una malattia
Tutti ricordiamo l'Odissea come "il viaggio di ritorno". Ulisse vuole solo una cosa: tornare a casa. E alla fine ci riesce. Ma qui c'è il dettaglio che di solito dimentichiamo: quando torna, niente è come prima. Sono passati vent'anni. Lui è cambiato, invecchiato, segnato. Casa sua è piena di estranei. Perfino il suo posto nel mondo deve riconquistarselo, un passo alla volta. Chi ha attraversato una malattia importante questa cosa la capisce al volo. Dopo una diagnosi, dopo un intervento, dopo mesi di cure, tutti ti dicono: "Vedrai, tornerà tutto come prima". È una frase detta con affetto, ma non è vera. Non si torna come prima. Si torna diversi, in una vita che va un po' riorganizzata. E non è per forza una sconfitta: Ulisse alla fine è a casa davvero, ma è una casa che ha dovuto ricostruire. La guarigione, spesso, funziona così: non è un ritorno, è un nuovo inizio. C'è una scena dell'Odissea che vale più di mille convegni sulla sanità. Ulisse torna a Itaca travestito da mendicante. Nessuno lo riconosce: non la moglie, non i vecchi amici. Poi una donna anziana, Euriclea, la nutrice che lo ha cresciuto, gli lava i piedi come si faceva con gli ospiti. E toccando la sua gamba sente una vecchia cicatrice, quella di una ferita di gioventù. La riconosce subito. E riconosce lui.
Fermiamoci un attimo: il grande eroe non viene riconosciuto dal volto, né dalla voce. Viene riconosciuto da un segno sul corpo. E non da chiunque: da una persona che si prende cura di lui, che quel corpo lo conosce e sa leggerlo. Milioni di persone portano sul corpo un segno: una cicatrice, una stomia, una protesi, una condizione che non si vede ma c'è. Spesso lo vivono come qualcosa da nascondere. L'Odissea suggerisce il contrario: quel segno fa parte della tua storia, dice da dove vieni e cosa hai attraversato. E chi sa guardarlo senza imbarazzo, un #infermiere, un medico, una persona che ti vuole bene, non ti sta compatendo. Ti sta riconoscendo. E poi c'è lei. Penelope, la moglie che aspetta. Siamo abituati a vederla come un personaggio secondario: Ulisse viaggia, lei aspetta. Ma proviamo a rifare i conti: vent'anni. Vent'anni di vita sospesa, di notti insonni, di decisioni prese da sola, di un figlio cresciuto senza padre, di gente che le entra in casa e pretende. Il viaggio è di Ulisse, ma il tempo consumato è anche il suo. Penelope è il ritratto perfetto di quelli che oggi chiamiamo #caregiver: i mariti, le mogli, i figli, i genitori, amici che assistono una persona malata.La malattia ce l'ha uno, ma le conseguenze arrivano a tutta la famiglia: sul lavoro, sul sonno, sui progetti rimandati. Eppure, di loro si parla poco, come di Penelope: sono lo sfondo, mentre il riflettore sta sul protagonista. Vale la pena ricordarselo, tutti: chi ci sta accanto quando stiamo male non è un pubblico, e nemmeno un bersaglio su cui scaricare la giornata storta. È qualcuno che sta facendo il suo pezzo di viaggio, in silenzio, senza nemmeno la promessa di un finale Un'ultima scena, forse la più bella. A un certo punto Ulisse, ospite in una terra straniera, ascolta un cantore che racconta, senza sapere chi ha davanti, proprio le sue imprese. E Ulisse, l'eroe che ha resistito a tutto, si copre il volto e piange. Piange sentendo la propria storia raccontata da un altro. Perché è solo lì, a distanza, dentro un racconto, che il suo dolore trova finalmente spazio per uscire. C'è una lezione semplice, in questa scena: il dolore va detto, ma nel modo giusto. Non il lamento continuo per ogni cosa, che alla lunga stanca chi ascolta e non aiuta chi parla. Piuttosto il racconto: dare al proprio dolore una forma, un tempo, un ascolto vero. È la differenza tra sfogarsi addosso a qualcuno e condividere qualcosa con qualcuno. Andate pure a vedere il film, godetevi le tempeste e i mostri. Ma tornando a casa, portatevi via anche questo: l'Odissea è la storia di uno che ce la fa, sì, non però tornando quello di prima, bensì diventando quello di dopo. Con le sue cicatrici, riconosciute da chi lo ama. Con accanto chi lo ha aspettato pagando un prezzo altissimo. E con un pianto, quello buono, arrivato al momento giusto. Tremila anni dopo, chi convive con una malattia cronica tutto questo lo sa già. Gli altri, forse, possono impararlo. Anche al cinema.