Musica e voce dei genitori entrano nelle incubatrici
L’Ospedale “F. Miulli” di Acquaviva delle Fonti ha introdotto nella TIN un sistema per la diffusione controllata della musica
La musica, le ninne nanne e le voci familiari entrano nella Terapia intensiva neonatale dell’Ospedale “F. Miulli” di Acquaviva delle Fonti. Il progetto, annunciato il 7 luglio 2026, nasce dalla donazione del Rotary Club Acquaviva–Gioia del Colle e prevede l’impiego di un sistema dedicato alla diffusione controllata del suono all’interno delle incubatrici.[1]
Secondo quanto comunicato dalla struttura, i neonati potranno ascoltare la voce registrata dei genitori, melodie scelte dalla famiglia e brani già ascoltati durante la gravidanza. L’esposizione dovrebbe avvenire secondo modalità compatibili con la particolare vulnerabilità sensoriale dei bambini e delle bambine ricoverati in Terapia intensiva neonatale.
L’iniziativa si inserisce in un più ampio percorso di umanizzazione dell’assistenza neonatale, che comprende l’accesso dei genitori 24 ore su 24, la marsupioterapia e la disponibilità di una family room nella fase precedente alla dimissione.[1]
Il punto di partenza è rilevante. La Terapia intensiva neonatale è un ambiente indispensabile per la sopravvivenza dei neonati prematuri o con patologie complesse, ma è anche caratterizzata da allarmi, monitor, ventilatori, attività assistenziali e rumori improvvisi. In questo contesto, non tutto ciò che viene percepito dal neonato ha lo stesso valore: accanto ai suoni potenzialmente stressanti possono trovare spazio stimoli vocali e musicali prevedibili, controllati e collegati alla relazione con la famiglia.
Musicoterapia o intervento musicale?
La notizia del Miulli utilizza il termine “musicoterapia”, ma la descrizione pubblicamente disponibile riguarda soprattutto un sistema di diffusione della musica e delle voci registrate. Al momento, nel comunicato non sono riportate informazioni sufficienti per conoscere il protocollo completo, la presenza di una figura professionale specificamente formata, i criteri clinici di accesso o le modalità di valutazione degli esiti.
La distinzione non è soltanto terminologica.
La World Federation of Music Therapy definisce la musicoterapia come l’uso professionale della musica e dei suoi elementi all’interno di un intervento finalizzato a promuovere salute, benessere, comunicazione e qualità della vita.[2] L’attività presuppone quindi competenze specifiche, obiettivi terapeutici, valutazione individuale e una relazione tra la figura professionale, la persona assistita e, nel caso della neonatologia, la famiglia.
La revisione Cochrane dedicata ai neonati prematuri distingue infatti la musicoterapia, condotta da una o un musicoterapeuta all’interno di una relazione terapeutica, dalla cosiddetta music medicine, nella quale musica o registrazioni vengono proposte dal personale sanitario come intervento complementare.[3]
Un sistema che trasmette ninne nanne o registrazioni vocali può dunque rappresentare un intervento musicale o vocale controllato, ma non coincide automaticamente con la musicoterapia propriamente detta. La differenza è importante anche per interpretare correttamente gli studi, nei quali sono stati utilizzati interventi molto diversi tra loro.
Musica e voce nei neonati prematuri
Le ricerche condotte nelle Terapie intensive neonatali hanno studiato musica registrata, musica dal vivo, canto genitoriale, voce parlata, ninne nanne e interventi personalizzati condotti da musicoterapeute e musicoterapeuti.
Questa eterogeneità rende difficile formulare una raccomandazione valida per ogni neonato e per ogni reparto. Tuttavia, alcuni risultati aiutano a definire quali benefici siano plausibili e quali, invece, rimangano ancora da dimostrare.
| Studio | Intervento | Risultati principali | Principali cautele |
| Haslbeck et al., 2023[3] | Revisione di 25 studi su musica e voce | Possibile riduzione della frequenza cardiaca; nessun chiaro effetto su saturazione e frequenza respiratoria | Interventi molto diversi; dati insufficienti sul neurosviluppo a lungo termine |
| van der Straaten et al., 2025[4] | Otto minuti di musica al giorno | Miglioramento dei punteggi di comfort e maggiore passaggio dalla veglia al sonno | Solo 56 neonati; valutati soprattutto effetti immediati |
| Filippa et al., 2025[5] | Voce e canto materni dal vivo | Miglioramento del punteggio generale dei General Movements | Campione ridotto e costituito da neonati clinicamente stabili |
| Travis et al., 2025[6] | Registrazioni della voce materna | Differenze nella maturazione di un fascio di sostanza bianca coinvolto nel linguaggio | Studio monocentrico; nessun dato ancora conclusivo sulle abilità linguistiche future |
La revisione Cochrane
La fonte più solida per inquadrare l’argomento è la revisione sistematica Cochrane pubblicata nel 2023, che ha incluso 25 studi randomizzati, 1.532 neonati prematuri e 691 genitori.[3]
Le modalità di intervento variavano ampiamente per tipo di musica, presenza della voce, durata, frequenza, esecuzione dal vivo o registrata e figura incaricata della somministrazione.
Nel complesso, gli interventi musicali e vocali non hanno determinato un aumento clinicamente significativo della saturazione di ossigeno e probabilmente non hanno modificato la frequenza respiratoria. È stata invece osservata una modesta riduzione della frequenza cardiaca durante l’intervento, più evidente nei minuti successivi.[3]
Il dato può essere compatibile con un effetto di rilassamento o regolazione, ma non deve essere tradotto automaticamente in un miglioramento clinico complessivo.
Le prove disponibili non permettono infatti di stabilire se musica e voce migliorino lo sviluppo cognitivo, motorio o linguistico a due anni. Anche gli effetti sull’ansia dei genitori, sulla depressione postnatale e sul legame tra genitori e neonato rimangono incerti.
Negli studi inclusi non sono stati descritti eventi avversi attribuiti agli interventi. Tuttavia, soltanto due ricerche avevano considerato esplicitamente la sicurezza come esito, mentre molte altre non avevano predisposto una rilevazione sistematica degli effetti indesiderati.
Otto minuti di musica per favorire comfort e sonno
Uno studio clinico randomizzato pubblicato su Pediatric Research ha coinvolto 56 neonati prematuri con età gestazionale compresa tra 29 e 34 settimane.[4]
Le ricercatrici e i ricercatori hanno confrontato un intervento di otto minuti di musica al giorno, ripetuto per un massimo di 15 giorni, con un intervento placebo. Il comfort è stato valutato attraverso scale comportamentali da una persona non a conoscenza dell’assegnazione dei neonati ai due gruppi.
Dopo l’ascolto, nel gruppo esposto alla musica sono stati rilevati punteggi di comfort migliori e un passaggio più frequente dallo stato di veglia al sonno. Frequenza cardiaca, frequenza respiratoria e saturazione sono rimaste stabili.[4]
Lo studio sostiene la possibilità che una breve esposizione musicale favorisca il benessere immediato, ma non dimostra effetti sulla durata del ricovero, sulla crescita o sullo sviluppo neurologico. Il campione era inoltre limitato e l’osservazione riguardava soprattutto la risposta a breve termine.
Voce e canto dal vivo
Un altro studio multicentrico randomizzato, condotto in quattro Terapie intensive neonatali italiane, ha coinvolto 56 neonati prematuri clinicamente stabili, nati tra la venticinquesima e la trentaduesima settimana di gestazione.[5]
Alle madri del gruppo di intervento è stato chiesto di parlare per dieci minuti e cantare per altri dieci minuti, tre volte alla settimana per due settimane. La voce veniva modulata dal vivo, osservando lo stato comportamentale e le reazioni del neonato. Le sessioni non venivano eseguite durante il sonno profondo, il pianto o le procedure cliniche.[5]
Il gruppo di controllo prevedeva la presenza silenziosa della madre accanto all’incubatrice per lo stesso periodo di tempo.
L’intervento è risultato associato a un miglioramento statisticamente significativo del punteggio generale dei General Movements, movimenti spontanei utilizzati nella valutazione neurocomportamentale precoce. Per il punteggio più dettagliato, la differenza non ha raggiunto la soglia convenzionale di significatività statistica.
Il risultato è interessante perché riguarda una voce dal vivo e responsiva, adattata ai segnali del bambino o della bambina. Non può quindi essere trasferito direttamente a un sistema che riproduce una registrazione in modo prestabilito.
Le autrici e gli autori evidenziano inoltre diversi limiti: il campione era piccolo, comprendeva neonati relativamente stabili e non era stato misurato in modo completo il tempo trascorso dalle madri con i propri figli e figlie al di fuori delle sessioni sperimentali.[5]
La voce registrata e lo sviluppo delle vie del linguaggio
Particolarmente vicino al progetto del Miulli è uno studio randomizzato pubblicato nel 2025 su Frontiers in Human Neuroscience.[6]
La ricerca ha coinvolto 46 neonati nati tra 24 e 31 settimane di gestazione. Nel gruppo di intervento venivano riprodotte registrazioni di dieci minuti nelle quali la madre leggeva una storia. Le registrazioni erano trasmesse due volte ogni ora durante la notte, aumentando l’esposizione quotidiana alla voce materna di circa 2,7 ore.
Alla risonanza magnetica eseguita in prossimità dell’età equivalente al termine, i neonati esposti alle registrazioni mostravano alcuni indicatori compatibili con una maggiore maturazione del fascicolo arcuato sinistro, una via di sostanza bianca coinvolta nei processi di percezione e produzione del linguaggio.[6]
Il risultato suggerisce che l’esperienza vocale possa influenzare precocemente la maturazione cerebrale, ma non dimostra ancora che i bambini e le bambine svilupperanno migliori capacità linguistiche. Lo studio era monocentrico, comprendeva un numero limitato di neonati relativamente stabili e non prevedeva una risonanza magnetica prima dell’inizio dell’intervento. Sono quindi necessari campioni più ampi e un follow-up dello sviluppo comunicativo e linguistico.
Non esiste ancora una “dose” standard di musica
Uno degli aspetti più evidenti della letteratura è la distanza tra i diversi protocolli.
In uno studio la musica è stata proposta per otto minuti al giorno; in un altro la voce e il canto dal vivo sono durati venti minuti, tre volte alla settimana; nella ricerca sulle registrazioni materne, l’esposizione aggiuntiva ha superato le due ore e mezza quotidiane.
Anche il contenuto cambia: musica strumentale, ninne nanne, canto, voce parlata, registrazioni, interventi dal vivo o personalizzati.
Non è quindi possibile indicare una durata, una frequenza o un repertorio universalmente efficaci. La risposta può inoltre dipendere dall’età gestazionale, dalle condizioni cliniche, dallo stato di sonno o veglia, dal supporto respiratorio, dalla tolleranza agli stimoli e dalla presenza di procedure assistenziali.
Il suono non dovrebbe essere considerato innocuo soltanto perché piacevole per la persona adulta. Un neonato estremamente prematuro può avere capacità limitate di modulare gli stimoli sensoriali. Anche una melodia lenta, se proposta nel momento sbagliato, a volume eccessivo o senza pause, può trasformarsi in una fonte aggiuntiva di sovrastimolazione.
Il ruolo dell’équipe infermieristica
L’introduzione di interventi musicali e vocali in Terapia intensiva neonatale richiede un protocollo condiviso tra neonatologia, personale infermieristico, professioniste e professionisti della riabilitazione, figure esperte di sviluppo neonatale ed eventuali musicoterapeute o musicoterapeuti.
La tecnologia di diffusione rappresenta soltanto uno degli elementi. L’équipe deve valutare quando proporre l’intervento, osservare lo stato comportamentale del neonato, coordinare l’ascolto con il riposo e con le attività assistenziali e interrompere l’esposizione in presenza di segnali di stress o instabilità.
Tra gli aspetti da monitorare rientrano variazioni della frequenza cardiaca, della frequenza respiratoria e della saturazione, ma anche segnali più sottili: modificazioni del tono, agitazione, smorfie, estensione degli arti, cambiamenti del colorito, comparsa di singhiozzo o difficoltà nel mantenere uno stato di sonno tranquillo.
È inoltre importante documentare tipo di stimolo, durata, modalità di somministrazione, condizioni cliniche e risposta osservata, evitando che la musica diventi un rumore di fondo continuo e non controllato.
Il coinvolgimento dei genitori costituisce un altro elemento centrale. La registrazione può rappresentare una risorsa quando la presenza fisica non è possibile, ma non dovrebbe essere interpretata come una sostituzione della relazione dal vivo, del contatto pelle a pelle, della parola spontanea o del canto adattato alle risposte del neonato.
L’esperienza avviata al Miulli richiama l’attenzione su un aspetto spesso trascurato dell’assistenza intensiva neonatale: anche l’ambiente sonoro fa parte della cura.
Gli studi suggeriscono che musica e voce, quando utilizzate in maniera controllata, possano favorire il comfort, il sonno e alcuni processi di regolazione fisiologica. Le ricerche più recenti sulla voce genitoriale indicano inoltre possibili effetti sullo sviluppo neurocomportamentale e sulla maturazione delle vie cerebrali coinvolte nel linguaggio.
Le dimensioni ridotte dei campioni, la selezione di neonati prevalentemente stabili, la varietà degli interventi e la scarsità di dati a lungo termine impongono però cautela. Non è ancora dimostrato che l’ascolto musicale migliori in modo stabile il neurosviluppo, riduca la durata del ricovero o prevenga difficoltà cognitive e linguistiche.
Il valore del progetto dipenderà quindi non soltanto dalla disponibilità del dispositivo, ma dalla definizione di un protocollo, dalla formazione dell’équipe, dal coinvolgimento consapevole delle famiglie e dalla raccolta sistematica degli esiti.