Case di Comunità, in Veneto mancano 4mila infermieri e 600 medici

Scritto il 18/06/2026
da Redazione

Le Case di Comunità sono destinate a rappresentare uno dei cardini della nuova assistenza territoriale italiana. Tuttavia, mentre prosegue la realizzazione delle strutture previste dal PNRR, cresce il dibattito sulla reale disponibilità di professionisti in grado di renderle pienamente operative. A riportare l'attenzione sul tema è la consigliera regionale del Veneto Anna Maria Bigon, intervenuta dopo l'accordo raggiunto tra Regione e medici di medicina generale per l'organizzazione delle nuove Case di Comunità. Secondo l'esponente del Partito Democratico, il successo della riforma dipenderà soprattutto dalla capacità di risolvere le carenze di personale che interessano da anni il sistema sanitario.

Carenza di personale e nuove sfide assistenziali

Secondo i dati richiamati dalla consigliera regionale, in Veneto mancherebbero circa 600 medici di medicina generale e oltre 4mila infermieri. Un quadro che rischia di complicare l'attuazione del nuovo modello organizzativo previsto dal DM 77.

È positivo che si continui a investire sulla sanità territoriale e sulle Case di Comunità, ma non possiamo ignorare il problema della carenza di personale che da anni interessa il sistema sanitario, osserva Bigon.

Le nuove strutture dovranno infatti garantire assistenza di prossimità, presa in carico delle cronicità, attività di prevenzione e continuità assistenziale, funzioni che richiedono una presenza stabile di professionisti adeguatamente formati.

Tra le figure maggiormente coinvolte nella riforma figurano gli infermieri e, in particolare, gli Infermieri di Famiglia e Comunità, individuati come professionisti chiave per lo sviluppo dell'assistenza territoriale.

Particolarmente preoccupante è la situazione degli infermieri, che rappresentano uno degli elementi fondamentali del nuovo modello assistenziale previsto dal PNRR e dal DM 77, sottolinea la consigliera regionale.

Secondo Bigon, il problema non riguarda soltanto il numero dei professionisti disponibili, ma anche la capacità del sistema di attrarre e trattenere personale qualificato attraverso adeguate condizioni di lavoro, valorizzazione professionale e prospettive di carriera.

Il rischio di una riforma senza organici

La consigliera evidenzia inoltre la necessità di chiarire come verranno garantiti i servizi nei territori in presenza di organici già oggi ridotti.

Se gli stessi professionisti che oggi operano nei servizi territoriali dovranno assicurare anche la presenza nelle Case di Comunità, è necessario comprendere come verranno organizzate le attività e come sarà garantita l'assistenza ai cittadini, afferma.

Una questione che riguarda non solo il Veneto, ma molte altre regioni italiane impegnate nella realizzazione delle nuove strutture territoriali.

Negli ultimi anni il dibattito sulla sanità territoriale si è concentrato soprattutto sulla costruzione delle Case di Comunità e sul potenziamento delle infrastrutture. Tuttavia, sempre più spesso professionisti, sindacati e rappresentanti istituzionali richiamano l'attenzione sulla necessità di investire parallelamente sulle risorse umane.

Le strutture sono importanti, ma senza medici, infermieri e professionisti sanitari sufficienti il rischio è che le Case di Comunità non riescano a esprimere pienamente il loro potenziale, conclude Bigon.

La sfida dei prossimi anni sarà quindi quella di coniugare gli investimenti infrastrutturali con una programmazione efficace del personale, affinché la riforma dell'assistenza territoriale possa tradursi in un reale miglioramento dell'accesso alle cure e della presa in carico dei cittadini.