A chi siede nelle stanze del potere, a chi rappresenta la nostra categoria, a chi ha ancora il dovere di ascoltare. Scrivo questa lettera con il cuore stanco, ma ancora lucido. Non sono qui per chiedere un favore, né per implorare riconoscenza. Scrivo come professionista della salute, come infermiera, come lavoratrice.
Se sbagliamo, paghiamo noi. Ma nessuno ci protegge Scrivo questa lettera con il cuore stanco, ma ancora lucido.
Ogni giorno, migliaia di noi entrano nei reparti, nei pronto soccorso, nelle RSA, nei servizi domiciliari. Non con spirito di sacrificio, ma con competenze, responsabilità e consapevolezza. Non siamo santi né eroi: siamo professionisti sanitari , formati, abilitati, continuamente aggiornati. Eppure, l'impressione costante è di essere trattati come forza lavoro a basso costo, comprimibile, facilmente sostituibile.
Lo stipendio medio di un infermiere in Italia è una ferita aperta . Una ferita che si allarga ogni volta che ci si sente dire "ma lo sapevi com'era". No. Quello che sappiamo - e che sappiamo fare - è molto più grande e più complesso di quanto venga retribuito. Coordiniamo cure, gestiamo farmaci, prendiamo decisioni rapide, tuteliamo la sicurezza clinica dei pazienti, supportiamo le famiglie e lavoriamo sotto pressione costante.
E per tutto questo, non possiamo nemmeno permetterci un affitto, un figlio, una progettualità di vita serena . È inaccettabile che una professione sanitaria regolamentata a livello universitario, con titoli accademici riconosciuti anche a livello europeo, venga ancora trattata con superficialità economica e sociale.
È umiliante dover giustificare perché si merita uno stipendio dignitoso, un orario sostenibile, una vita normale. Molti colleghi stanno lasciando l'Italia. Molti giovani scelgono altre strade. Molti di noi restano, ma si sentono svuotati, sfruttati, invisibili. Ci avete applauditi nei momenti bui, ma non viviamo di applausi.
Essere infermieri oggi, in Italia, significa imparare a sopravvivere . Non solo nei turni massacranti. Non solo nelle notti senza fine o nelle urgenze continue. Ma nella vita vera, fuori dagli ospedali. Lì, dove si contano i soldi in tasca a fine mese. Dove si rinuncia a un figlio. Dove si vive in stanze in affitto, spesso in solitudine, senza riuscire nemmeno a pianificare una vacanza, una casa, una speranza. Siamo professionisti.
Ma trattati come manodopera a basso costo . Abbiamo studiato anni. Abbiamo superato esami, tirocini durissimi, abilitazioni. Eppure, guadagniamo meno di chi svolge lavori senza responsabilità clinica, meno di chi non porta sulla coscienza la vita o la morte di un essere umano. Abbiamo responsabilità enormi.
Se sbagliamo, paghiamo noi. Ma nessuno ci protegge . Gestiamo farmaci salvavita , emergenze, dolore, rabbia, morte. Consoliamo senza parole. Accompagniamo senza giudicare. E poi? Poi torniamo a casa con 1700 euro al mese, quando va bene.
Con un contratto che non riconosce il nostro sacrificio. Con un carico di lavoro sempre più insostenibile e un futuro incerto . Chi ha inventato il mito dell'"infermiera con la vocazione" ci ha condannati. Come se bastasse la "passione" a riempire il frigo. Come se si potesse vivere di spirito, quando ti ritrovi a scegliere tra pagare l'affitto o un esame medico per te stessa. Molti di noi si stanno spegnendo lentamente.
Molti stanno mollando. Cambiano mestiere. Cambiano Paese. O semplicemente si rassegnano, svuotati, disillusi. Perché sì, fare l'infermiere in Italia oggi è diventato un lavoro povero . Poco attrattivo, poco rispettato, spesso deriso. Un lavoro da cui scappare, non da sognare.
Non vi chiediamo carità. Vi chiediamo giustizia. Rispetto. Retribuzione adeguata. Vi chiediamo che questa professione non sia più un sacrificio personale, ma una scelta sostenibile di vita. Perché di infermieri ne servono migliaia. Ma chi vorrà ancora esserlo, domani?
Fermatevi un momento. Guardateci negli occhi. Ascoltate le nostre voci - prima che diventino silenzio. Prima che smettiamo di crederci. Prima che ce ne andiamo tutti.
Articolo scritto da Eleonora Sabato - Infermiera di Sala Operatoria