Il Paese che si cura consumando chi cura

Scritto il 01/05/2026
da Chiara Sideri

La Festa dei lavoratori e delle lavoratrici non nasce per addolcire il conflitto, ma per dargli un nome. E oggi, nella sanità italiana, quel nome è rabbia.

Il Primo Maggio non è mai stato una liturgia innocua. Nasce dalle lotte per il tempo di lavoro, dalla rivendicazione delle otto ore, da un conflitto sociale che ha dovuto alzare la voce per strappare dignità a rapporti di forza profondamente sbilanciati.

È da lì che bisognerebbe ripartire, perché quando il lavoro perde misura, protezione e riconoscimento, la celebrazione, fine a se stessa, diventa quasi una forma di rimozione.

1 maggio

Per questo, nella sanità, il linguaggio degli omaggi oggi rischia di suonare persino fuori luogo. Non perché chi lavora nella cura non meriti rispetto, ma perché il rispetto evocato nelle ricorrenze non riesce più a nascondere lo squilibrio reale su cui questo sistema continua a reggersi.

Da una parte si chiede una disponibilità pressoché illimitata: competenza, tenuta, adattamento, sangue freddo, capacità di assorbire il dolore, il conflitto, la carenza, l’urgenza.

Dall’altra si offrono salari erosi, protezioni fragili, condizioni che consumano e risposte istituzionali spesso tardive, parziali, insufficienti. È in questa sproporzione che il lavoro sanitario smette di essere solo faticoso e comincia a diventare ingiusto.

Il punto, allora, non è solo che il lavoro sanitario sia usurante. Il punto è che in Italia sta diventando sempre più difficile sostenerlo senza scivolare in una forma di impoverimento materiale e morale.

L’OCSE rileva che, mediamente, nei Paesi membri, la retribuzione degli infermieri ospedalieri nel 2023 era circa il 20% superiore al salario medio di tutti i lavoratori e le lavoratrici. In Italia, invece, la retribuzione infermieristica si colloca intorno o leggermente sotto il salario medio nazionale, dunque lontana da quel differenziale positivo che in molti altri Paesi segnala un riconoscimento economico più netto.

E quando il lavoro di cura smette di essere economicamente desiderabile, il danno non resta chiuso nella busta paga. Si trasferisce nei reparti, nelle scelte dei più giovani, nella fuga da ciò che il pubblico non riesce più a rendere attrattivo.

Il profilo Italia 2025 del programma State of Health in the EU parla con chiarezza di carenza infermieristica legata a formazione insufficiente e retribuzioni non competitive; sottolinea che il sistema sconta attrito della forza lavoro dovuto a pensionamenti, emigrazione e riduzione dei nuovi laureati.

Lo stesso documento segnala che dal 2020 il numero annuale dei laureati in infermieristica è sceso a meno della metà della media UE e che il rapporto tra candidati e posti è ormai vicino alla parità, cioè senza più una vera selezione competitiva. Il Ministero della Salute, nel proprio Atto di indirizzo 2026, parla apertamente di “importante crisi vocazionale” della professione infermieristica.

Questo significa che non siamo più davanti soltanto a una carenza di personale. Siamo davanti a qualcosa di più grave: una progressiva perdita di desiderabilità del lavoro di cura.

Un Paese che non riesce a rendere appetibile una professione essenziale non sta solo pagando male i suoi lavoratori; sta erodendo il proprio futuro assistenziale, pezzo dopo pezzo.

E questa perdita di attrattività non dipende soltanto dagli stipendi. Dipende anche dalla qualità concreta delle condizioni in cui quel lavoro viene svolto: ambienti sovraccarichi, organici fragili, turni pesanti, margini di protezione insufficienti, esposizione continua al conflitto e alla pressione. Perché un lavoro smette di essere desiderabile non solo quando è pagato poco, ma anche quando espone troppo.

Le aggressioni non sono un accidente collaterale. Sono il punto in cui la crisi organizzativa del sistema scarica tutta la sua pressione sul front line. Nel 2025 il Ministero della Salute ha registrato quasi 18 mila aggressioni contro operatori sanitari e sociosanitari, con oltre 23 mila operatori coinvolti; il 55% degli episodi ha riguardato il personale infermieristico, oltre il 60% ha colpito donne nella maggior parte delle Regioni, e i contesti più esposti restano Pronto soccorso, SPDC e aree di degenza. Prevalgono le aggressioni verbali, ma un quarto degli episodi è fisico.

Il problema è che continuiamo a discutere la sicurezza troppo spesso dal punto di vista di chi subisce, non di chi dovrebbe garantire. Corsi di de-escalation, formazione sulla comunicazione difficile, strategie di contenimento, perfino difesa personale: tutto può avere una sua utilità. Ma nessuna competenza individuale può sostituire un’organizzazione che funzioni.

Il Ministero stesso richiama la Raccomandazione n. 8 aggiornata e indica: rafforzamento della segnalazione, analisi dei contesti di rischio, supporto psicologico ai dipendenti vittime di aggressione, possibile istituzione di presidi di polizia nelle strutture con emergenza-urgenza, oltre a pulsanti antipanico, videosorveglianza h24, metal detector e body-cam nei casi più critici.

Sono strumenti che possono attenuare il danno, non risolvere la radice. Perché la radice resta il sistema e finché questa architettura regge male, continueremo a chiedere ai lavoratori e alle lavoratrici di imparare a sopravvivere dove lo Stato non riesce a proteggere davvero.

Ma non c’è solo la violenza visibile. C’è anche quella lenta, normalizzata, incorporata nei ritmi, nelle immagini e negli effetti che il lavoro produce su chi lo svolge.

L’OMS Europa, nella più ampia indagine finora realizzata su medici e infermieri nel continente, con oltre 90 mila risposte raccolte nei 27 Paesi dell’Unione europea più Islanda e Norvegia, descrive un quadro durissimo: un terzo riferisce depressione o ansia, uno su tre ha subito nell’ultimo anno bullismo o minacce violente sul lavoro, il 10% violenza fisica e/o molestie sessuali, e uno su dieci riporta pensieri suicidari passivi. L’OMS collega questi esiti a turni, lavoro notturno, orari lunghi ed esposizione alla violenza.

Dietro questi numeri c’è qualcosa che le statistiche da sole non restituiscono fino in fondo. Lo sa bene chi lavora nella cura cosa significhi essere esposti ogni giorno al dolore, alla sofferenza fisica, alla paura, alla perdita, a scene che la maggior parte delle persone spera di non dover vivere neppure una volta nella vita.

Per chi opera in questi contesti, tutto questo non passa davanti agli occhi una volta sola: ritorna, si accumula, si deposita. Entra nel sonno, cambia il linguaggio emotivo, altera i ritmi, erode le relazioni, invade la vita privata. Non è soltanto stanchezza. È un costo umano profondo, che finiamo per considerare normale.

Per questo la retorica degli eroi non regge più. Non regge perché ha funzionato troppo spesso come surrogato delle tutele. Ti celebro, così evito di contrattarti. Ti ringrazio, così rinvio il riconoscimento. Ti nobilito, così posso continuare a considerare normale che tu faccia più del sostenibile.

Ma il lavoro sanitario non ha bisogno di mitologia. Ha bisogno di essere riportato dentro la grammatica del lavoro vero.

E questa grammatica del lavoro, in sanità, non può essere letta senza il genere. Eurostat mostra che nel 2023 in Italia il 76,2% degli infermieri in attività era donna. Ma più che un dettaglio statistico, questo è un punto politico. Istat rileva un indice di asimmetria nel lavoro familiare del 61,6% nelle coppie con entrambi i partner occupati in cui la donna ha tra 25 e 44 anni: significa che, proprio nella fase centrale della vita lavorativa e familiare, il peso del lavoro domestico e di cura continua a gravare in misura prevalente sulle donne. Per questo una quota enorme della sanità italiana si regge su professioniste che sommano turni, notti, pressione emotiva e un secondo carico invisibile fuori dal lavoro. Non è una cornice sociologica: è una parte concreta della fatica che il sistema continua a dare per scontata.

La verità è che la sanità italiana chiede alle donne una doppia fedeltà: al lavoro e alla tenuta del resto. E spesso lo fa senza costruire davvero condizioni all’altezza di questa realtà.

Non basta dire che la professione è femminile.

Bisogna avere il coraggio di dire che il sistema continua ad appoggiarsi sul lavoro delle donne come se quella disponibilità supplementare fosse una risorsa naturale, non un costo personale e sociale enorme.

Ed è qui che il Primo Maggio torna, finalmente, a smettere di essere una ricorrenza decorativa. Perché le grandi stagioni del lavoro non sono nate quando i lavoratori o le lavoratrici sono stati lodati e lodate. Sono nate quando hanno smesso di accettare che l’ingiustizia venisse chiamata necessità. La rabbia storica delle lotte sociali non era un eccesso di tono: era un passaggio di chiarezza. E forse la domanda più scomoda, oggi, è proprio questa: il mondo sanitario ha ancora la forza di trasformare la propria usura in forza collettiva? Ha una rappresentanza politica, culturale e sindacale proporzionata alla sua responsabilità reale? O continua a essere enorme nel carico e troppo piccolo nel peso pubblico?

Perché se chi cura viene pagato meno del valore che produce, aggredito mentre lavora, esposto a un logoramento che entra nella salute mentale, e osserva intanto il proprio futuro professionale perdere attrattività agli occhi dei più giovani, allora non siamo davanti a un disagio settoriale. Siamo davanti a un fallimento di priorità. Non è la sanità che chiede troppo. È la politica che pretende troppo a basso costo.

Se uno Stato paga male, protegge poco e recluta sempre peggio chi cura, non sta umiliando soltanto una categoria. Sta lavorando contro se stesso.

Buon Primo Maggio a tutte le lavoratrici e i lavoratori della Sanità.

Soluzioni?

Smettere di usare il salario come materia simbolica o negoziale e trasformarlo in riconoscimento strutturale. Non una tantum, non indennità spot, non micro-aumenti esibiti come conquiste epocali, ma aumento stabile del tabellare, valorizzazione economica reale dei turni gravosi e delle aree ad alta intensità, e meccanismi che trattengano chi lavora nei servizi più critici. Se il Ministero stesso parla di “incremento dell’attrattività del SSN”, di “tutela e valorizzazione dei professionisti sanitari” e di “importante crisi vocazionale” per la professione infermieristica, allora il primo modo concreto per fermare l’emorragia è rendere economicamente sensato restare.

Intervenire sull’organizzazione del lavoro, perché nessuno resta in un sistema che si regge solo sulla disponibilità individuale. Questo significa standard di personale più credibili nei setting ad alta pressione, sostituzione effettiva delle assenze, limiti veri agli straordinari sistematici, tutela del recupero dopo notti e turni pesanti, e una distribuzione del carico che non trasformi ogni turno in una prova di resistenza. L’attrattività non si perde solo per la busta paga: si perde quando il lavoro diventa invivibile. Ed è proprio su programmazione del fabbisogno, prevenzione delle carenze future e valorizzazione dei professionisti che il Ministero richiama la necessità di azioni ulteriori.

Costruire una carriera infermieristica e sanitaria più leggibile. Anche qui, concretezza vuol dire poche cose molto chiare: percorsi professionali visibili, riconoscimento delle competenze avanzate, valorizzazione delle specializzazioni, funzioni realmente spendibili nei servizi, e corrispondenza tra responsabilità assunte e riconoscimento economico e organizzativo. Nell’Atto di indirizzo 2026 il Ministero collega la crisi vocazionale infermieristica anche alla revisione specialistica della laurea magistrale e alla necessità di aumentare l’interesse per l’impiego nel SSN: il punto, quindi, non è solo formare di più, ma dare alla formazione un approdo professionale riconoscibile.

Sulle aggressioni, cambiare completamente logica. Non basta insegnare ai professionisti a reggere meglio il conflitto; bisogna ridurre i contesti che producono conflitto. Qui le azioni concrete sono: mappatura del rischio reparto per reparto; presidi di sicurezza stabili dove i dati mostrano maggiore esposizione; accessi più governati; procedure immediate dopo l’episodio; tutela legale e amministrativa per chi denuncia; obbligo di analisi organizzativa dopo ogni aggressione grave; cultura della segnalazione che non lasci soli gli operatori. Il Ministero, sia nei dati 2025 sia nella Raccomandazione n. 8 aggiornata, insiste proprio su prevenzione, segnalazione, misure ambientali, organizzative e tecnologiche, non solo sulla formazione individuale.

Trattare la salute mentale come infrastruttura di lavoro. Qui concretezza vuol dire sportelli psicologici veri e accessibili, anche esterni all’azienda se serve maggiore fiducia; debriefing obbligatori dopo eventi critici; spazi protetti in cui parlare senza stigma; supervisione per i contesti ad alta esposizione; presa in carico rapida dopo aggressioni o eventi traumatici; monitoraggio del benessere nei gruppi più esposti; e tempo reale di recupero, non solo raccomandato. Il report WHO/Europe mostra che condizioni di lavoro insicure, violenza, orari estesi e turni peggiorano la salute mentale, mentre supports and protective factors sul luogo di lavoro sono associati a esiti migliori: quindi il problema non è “insegnare resilienza”, ma costruire supporti.

Ricostruire appartenenza professionale. Vuol dire rimettere in piedi iniziative a trazione infermieristica e sanitaria che non siano solo ECM di facciata: eventi, corsi, confronto tra pari, mentoring per i neoassunti, comunità professionali, luoghi in cui chi entra non si senta immediatamente schiacciato dal servizio ma accompagnato dentro una professione. Se la crisi è anche vocazionale, allora bisogna agire non solo su stipendio e organici, ma anche sul senso di prospettiva e di crescita.

Smettere di costruire la tenuta della sanità sul lavoro invisibile delle donne. In un sistema che si regge in larga parte su professioniste, non basta parlare di conciliazione in astratto: servono politiche reali che riconoscano che molte donne, oltre ai turni, al lavoro notturno e al carico della cura professionale, continuano a sostenere anche la cura fuori dal lavoro, come madri ma anche come figlie, partner e caregiver di familiari anziani, fragili o non autosufficienti. Questo impone tutela della maternità senza penalizzazioni, turni più compatibili con i tempi di vita, percorsi di rientro veri, servizi di supporto, maggiore flessibilità nelle fasi di maggiore carico familiare e criteri di valorizzazione che non continuino a premiare soltanto chi può garantire una disponibilità illimitata. Perché se la sanità continua ad appoggiarsi sulle donne, allora deve finalmente assumersi la responsabilità di non consumarle dentro e fuori dal lavoro.