case della comunità
Case della Comunità
La fotografia contenuta nell’audizione della Corte dei Conti sul Documento di finanza pubblica 2026 è netta: la sanità territoriale disegnata dal PNRR e dal DM 77/2022 avanza, ma con una distanza ancora significativa tra programmazione, attivazione minima e piena capacità di erogare servizi.
Secondo i dati Agenas relativi al secondo semestre 2025, richiamati dalla Corte, a fine 2025 risultano 1.715 Case della Comunità programmate. Di queste, 781 presentano almeno un servizio attivo tra quelli previsti dal DM 77/2022, pari al 45,5% del totale programmato. È un primo livello di attivazione, importante ma non sufficiente per parlare di piena operatività.
Il dato più critico emerge quando si considera il livello più avanzato: le Case della Comunità con tutti i servizi obbligatori attivi, inclusa la presenza strutturata di personale medico e infermieristico secondo i parametri del DM 77/2022, sono 66. Significa l’8,5% delle 781 strutture con almeno un servizio attivo e circa il 3,85% delle 1.715 strutture programmate. È questa distinzione a rendere il dato particolarmente rilevante: non tutte le strutture “attive” sono, nei fatti, complete nei servizi essenziali.
La Corte segnala anche un livello intermedio: le Case della Comunità con tutti i servizi obbligatori attivi, ma senza considerare la presenza medica e infermieristica, sono 219, pari al 28% delle strutture con almeno un servizio attivo. Il passaggio dalla disponibilità dei servizi alla presenza stabile dei professionisti resta quindi uno degli snodi più fragili dell’intera riforma.
Cosa prevede davvero il DM 77
Il DM 77/2022 definisce la Casa della Comunità come il luogo fisico e riconoscibile al quale i cittadini possono accedere per bisogni di assistenza sanitaria e sociosanitaria, nonché come modello organizzativo dell’assistenza di prossimità per la popolazione di riferimento. Non si tratta quindi solo di un presidio edilizio, ma di un nodo della rete territoriale fondato su accesso, presa in carico, integrazione multiprofessionale e continuità assistenziale.
Per le Case della Comunità hub, il decreto prevede la presenza medica h24, sette giorni su sette, anche attraverso l’integrazione della continuità assistenziale, e la presenza infermieristica h12, sette giorni su sette. Per le Case della Comunità spoke, invece, è prevista presenza medica e infermieristica almeno h12, sei giorni su sette. Per una Casa della Comunità hub, lo standard di personale indicato dal decreto comprende 7-11 infermieri, un assistente sociale e 5-8 unità di personale di supporto.
È su questo punto che il monitoraggio diventa politicamente e professionalmente rilevante: una struttura può essere aperta, può avere alcuni servizi attivi, può persino essere inserita nella programmazione regionale, ma senza presenza professionale stabile non riesce a svolgere pienamente la funzione per cui è stata pensata.
Una riforma a velocità diverse
La disomogeneità territoriale è evidente già sul livello minimo di attivazione. Al Nord, le strutture con almeno un servizio attivo sono 454 su 684 programmate, pari al 66,4%. Al Centro sono 226 su 372, pari al 60,8%. Al Sud sono 101 su 659, pari al 15,3%. Il ritardo meridionale, dunque, non riguarda solo la piena operatività, ma anche il primo livello di attivazione dei servizi.
La Corte precisa che, rispetto al livello minimo di attivazione, risultano in ritardo soprattutto Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Se invece si guarda al livello ottimale, cioè tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi con presenza medica e infermieristica secondo DM 77/2022, il ritardo si estende anche ad alcune aree del Centro-Nord: Marche, Toscana, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Province autonome di Trento e Bolzano.
Questo passaggio è importante perché evita una lettura semplificata. Il problema non è soltanto il divario Nord-Sud, pur evidente. Il punto è la capacità complessiva del sistema di trasformare la riforma territoriale in servizi stabili, accessibili e presidiati da équipe professionali.
Cantieri avanti, servizi ancora incompleti
Nel Documento di finanza pubblica viene richiamato anche l’avanzamento infrastrutturale. Per la realizzazione delle Case della Comunità, a dicembre 2025 risultavano avviati cantieri e forniture per 1.327 interventi, un numero superiore all’obiettivo previsto per giugno 2026, pari a 1.038 interventi. Tuttavia, circa il 25% degli interventi risultava concluso e il 12% aveva superato la fase di collaudo.
Il dato conferma che l’attuazione materiale procede, ma non coincide automaticamente con l’attivazione piena dei servizi. È la differenza, spesso sottovalutata, tra aprire un luogo e far funzionare un modello assistenziale.
Ospedali di Comunità e COT
Il ritardo non riguarda solo le Case della Comunità. Sugli Ospedali di Comunità, il monitoraggio indica 594 strutture previste, di cui 163 dichiarate attive, pari al 27,4%. Anche in questo caso, “attivo” non significa automaticamente completo in ogni requisito: la tavola della Corte riporta 119 Ospedali di Comunità con rispetto dei requisiti minimi di personale e 133 con presenza medica almeno 4,5 ore al giorno per sei giorni su sette.
Diverso il quadro delle Centrali Operative Territoriali. Le COT previste sono 657 e quelle pienamente funzionanti e certificate risultano 625, pari al 95,1%. È il segmento della riforma che mostra l’avanzamento più consistente, almeno sul piano della certificazione e della funzionalità dichiarata.
Anche l’assistenza domiciliare integrata mostra un dato positivo: per il 2024 risultano 1.546.443 assistiti over 65, a fronte di un target pari a 1.401.144; per il 2025 il monitoraggio Agenas stima 1.598.184 assistiti, rispetto a un target europeo di 1.487.590.
Il quadro, quindi, non è uniformemente negativo. Alcuni obiettivi risultano avanzati o superati. Ma proprio questa disomogeneità rende più evidente il punto critico: la riforma territoriale non procede con la stessa velocità in tutte le sue componenti.
Il nodo del personale sanitario
La Corte dei Conti dedica un passaggio specifico al personale sanitario, definendolo essenziale per la qualità dell’assistenza. Le criticità indicate riguardano la riduzione degli organici legata ai pensionamenti, l’invecchiamento della forza lavoro e la difficoltà di reclutare e trattenere professionisti qualificati.
Il fenomeno delle dimissioni anticipate resta evidente su tutto il territorio nazionale, con particolare riferimento alla professione infermieristica. Nel 2025 la Corte riporta 1.605 dimissioni in Lombardia, circa 800 in Toscana e Veneto, circa 600 in Emilia-Romagna e Piemonte, 345 in Campania, circa 200 in Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia e Sardegna, 80 in Umbria, 85 nella Provincia autonoma di Bolzano, 51 in Abruzzo, 29 in Valle d’Aosta e 16 in Basilicata.
Qui è utile mantenere una formulazione precisa. Non si tratta, nel testo della Corte, di una generica “fuga” certificata in termini interpretativi, ma di dimissioni anticipate. La sostanza, però, resta rilevante: il sistema fatica non solo ad assumere, ma anche a trattenere professionisti già formati.
Per l’infermieristica, questo dato pesa in modo particolare. Le Case della Comunità, l’assistenza domiciliare, la presa in carico della cronicità e il raccordo tra ospedale e territorio richiedono competenze infermieristiche stabili, non solo dotazioni formali. Senza personale, la prossimità rischia di restare una categoria organizzativa più che un’esperienza concreta per cittadini e pazienti.
Concorsi e medicina d’emergenza-urgenza
Sul reclutamento, la Corte segnala che la scarsa partecipazione ai concorsi, in passato osservata sull’intero territorio nazionale, sembra oggi limitata ad alcuni ambiti disciplinari, tra cui la medicina d’emergenza-urgenza. Anche qui la formulazione va mantenuta precisa: il documento non parla di concorsi deserti in modo generalizzato per tutto il SSN, ma di una criticità concentrata in specifiche aree.
Il riferimento alla medicina d’emergenza-urgenza resta comunque significativo, perché riguarda uno dei settori più esposti alla pressione assistenziale, al sovraffollamento, alla gestione dell’instabilità clinica e alla difficoltà di garantire risposte tempestive. È un dato che dialoga indirettamente anche con la riforma territoriale: se il territorio non intercetta precocemente i bisogni e non sostiene la continuità assistenziale, l’ospedale e il pronto soccorso continuano a essere caricati di domande che avrebbero bisogno di altri luoghi di risposta.
La legge di bilancio 2026, ricorda la Corte, ha previsto risorse per un piano straordinario di assunzioni e misure di valorizzazione e stabilizzazione del personale. In particolare, è autorizzata l’assunzione a tempo indeterminato di personale sanitario in deroga ai vincoli vigenti, entro il limite di 450 milioni di euro annui dal 2026. Secondo le stime basate sul Conto annuale 2023, queste risorse potrebbero consentire l’assunzione di oltre 1.000 dirigenti sanitari e oltre 6.300 dipendenti del comparto, senza però una ripartizione vincolata tra le diverse figure professionali.
Liste d’attesa: oltre 57 milioni di prenotazioni
Nel quadro tracciato dalla Corte rientra anche il tema delle liste d’attesa. Tra gennaio e dicembre 2025, la Piattaforma nazionale delle liste di attesa ha raccolto oltre 57 milioni di prenotazioni presso strutture pubbliche e private accreditate, sia in regime istituzionale sia in regime libero-professionale intramoenia. Gli esami diagnostici rappresentano la quota prevalente, con 33,5 milioni di prenotazioni, mentre le visite specialistiche sono circa 24 milioni.
Anche la qualità del dato resta un tema aperto. Le prenotazioni sono acquisite “ad evento” solo da due Regioni, Lazio e Basilicata, mentre le restanti trasmettono i dati mensilmente. La piena interoperabilità e la possibilità di invio in tempo reale sono previste entro il 2026.
Per cittadini e operatori sanitari, le liste d’attesa non sono soltanto un indicatore amministrativo. Quando l’accesso a visite, esami e percorsi diagnostici si dilata, aumenta anche la pressione sui servizi di prossimità, sui medici di medicina generale, sugli ambulatori e, nei casi più critici o percepiti come tali, sui pronto soccorso.
Risorse sanitarie: aumentano i valori assoluti, cala il peso sul PIL
Anche sul piano economico la lettura richiede cautela. Il finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard, finalizzato all’erogazione dei LEA, aumenta da 136,54 miliardi nel 2025 a 145,83 miliardi nel 2029, con un incremento del 6,8%. Tuttavia, il rapporto tra fondo sanitario e PIL nominale, dopo l’aumento dal 6,04% del 2025 al 6,15% del 2026, scende al 5,88% nel 2029.
La spesa sanitaria segue un’altra metrica e non va confusa con il finanziamento del fabbisogno sanitario standard. Nel 2025 si attesta a 141,54 miliardi, con una revisione al ribasso di 2,46 miliardi rispetto alle precedenti previsioni; nel 2026 è prevista a 148,52 miliardi, con un incremento del 4,9% rispetto al 2025, ma inferiore di 1,41 miliardi rispetto alla previsione contenuta nel DPFP. In rapporto al PIL, la spesa sanitaria è prevista al 6,4% nel 2026.
La distinzione è decisiva: dire che le risorse aumentano in valore assoluto non basta a stabilire se siano adeguate a sostenere personale, cronicità, innovazione, riforma territoriale, liste d’attesa e stabilizzazione dei servizi. Il tema, per il SSN, resta la capacità di trasformare il finanziamento in assistenza effettiva.
LEA 2024
La Corte richiama anche i primi risultati, ancora non definitivi, del monitoraggio LEA 2024. Per la macroarea ospedaliera, tutte le Regioni e Province autonome raggiungono la sufficienza. Per l’assistenza distrettuale risulta sotto soglia solo la Calabria. Per la prevenzione, invece, risultano insufficienti la Provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia.
Anche questo dato va letto con prudenza. Il miglioramento di alcuni indicatori non elimina la fragilità organizzativa che emerge sul territorio, soprattutto quando si passa dalla misurazione formale dei livelli di assistenza alla capacità concreta di garantire accesso, continuità e presa in carico.
Il rischio di una prossimità solo dichiarata
La riforma dell’assistenza territoriale nasce per ridurre la distanza tra cittadini e servizi, rafforzare la presa in carico delle cronicità, migliorare l’integrazione tra sanitario e sociale e alleggerire, almeno in parte, la pressione sull’ospedale. Ma la fotografia della Corte dei Conti mostra che il passaggio dalla programmazione alla piena operatività è ancora incompleto.
Le COT risultano quasi interamente certificate, l’assistenza domiciliare supera i target indicati e i cantieri delle Case della Comunità procedono. Il punto è riconoscere che la prossimità non si misura solo con il numero di strutture previste o inaugurate, ma con i servizi realmente disponibili, con gli orari di presenza, con le équipe multiprofessionali, con la capacità di orientare i pazienti e con la possibilità di garantire continuità assistenziale.
Per gli infermieri, questa è una partita centrale. Le Case della Comunità e l’assistenza territoriale richiedono infermieri di famiglia e comunità, competenze educative, capacità di valutazione dei bisogni, presa in carico della cronicità, raccordo con domicilio, MMG, servizi sociali e ospedale. Se il sistema fatica a trattenere infermieri e a rendere attrattivi i setting più complessi, la riforma rischia di restare strutturalmente fragile.
La vera domanda, allora, non è solo quante Case della Comunità siano state programmate. È quante siano già in grado di fare ciò per cui sono state pensate: accogliere, orientare, prendere in carico, seguire nel tempo e intercettare i bisogni prima che diventino urgenze. Senza personale, integrazione e servizi effettivi, la sanità territoriale può avere nuovi luoghi, ma non ancora una piena capacità di cura.