Il nodo è l’invecchiamento della professione
Il Trentino si trova davanti ad una criticità sempre più strutturale: la carenza di infermieri.
A delineare lo scenario è il presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Trento, Daniel Pedrotti.
Il vero nodo resta l’invecchiamento della professione. Il 41% degli infermieri trentini ha tra i 46 e i 60 anni
, spiega, sottolineando come questo dato si traduca in una progressiva uscita dal sistema: circa 700 professionisti nei prossimi cinque anni, con una media di 130 all’anno.
A questa dinamica si aggiungono le dimissioni volontarie, spesso verso territori più attrattivi, come l’Alto Adige.
La carenza attuale non è solo contingente, ma strutturale. Secondo le stime dell’Ordine, circa 250 unità rappresentano un deficit già consolidato, a cui si aggiunge un ulteriore fabbisogno di 180-200 infermieri di famiglia e comunità previsto dal DM 77 per sostenere lo sviluppo dell’assistenza territoriale.
Questo significa che il sistema dovrà affrontare contemporaneamente due sfide: coprire le carenze esistenti e rispondere a nuovi modelli organizzativi.
Il contesto si inserisce in una criticità più ampia: in Italia si stimano circa 65mila infermieri mancanti, mentre il rapporto infermieri/popolazione resta inferiore alla media dei Paesi OCSE (6,9 per mille abitanti contro 9,2).
Il Trentino presenta valori migliori rispetto alla media nazionale (7,9 per mille), ma ancora lontani dagli standard internazionali.
Giovani e formazione: segnali positivi, ma non sufficienti
Non mancano elementi incoraggianti: le iscrizioni all’Ordine sono in crescita, con 4.648 professionisti registrati nel 2025 e un saldo positivo tra nuove iscrizioni e cancellazioni.
Anche la presenza di giovani è significativa, con oltre il 32% degli infermieri nella fascia 21-35 anni. Tuttavia, questi dati non bastano a compensare le uscite previste, soprattutto nel medio-lungo periodo.
Un altro segnale rilevante riguarda il cambiamento nelle modalità di esercizio della professione.
I liberi professionisti sono passati da 166 nel 2020 a 229 nel 2025, con un incremento del 38%.
Un dato che può essere letto come indicatore di maggiore autonomia, ma anche come segnale di una ricerca di condizioni lavorative più sostenibili rispetto al lavoro dipendente.
Le difficoltà si concentrano nei contesti a maggiore complessità assistenziale. Reparti ospedalieri ad alta intensità, servizi territoriali e RSA sono tra gli ambiti più esposti, dove la carenza di personale incide direttamente sulla continuità assistenziale.
Particolarmente critica la situazione nelle valli, dove la difficoltà non è solo sanitaria ma sistemica. Senza politiche abitative e di attrattività dei territori, il rischio è quello di non riuscire a garantire servizi essenziali
, evidenzia Pedrotti.
Condizioni di lavoro e valorizzazione professionale
Per l’Ordine, la risposta non può essere limitata all’aumento dei numeri. Servono interventi su più livelli:
- miglioramento delle condizioni di lavoro
- valorizzazione delle competenze avanzate
- sviluppo di percorsi di carriera
- adeguamento delle retribuzioni agli standard europei
Un passaggio centrale riguarda anche l’organizzazione: modelli assistenziali ancora troppo lenti nell’evolvere rischiano di non valorizzare pienamente le competenze disponibili.
Il rischio delle “cattedrali nel deserto”
La riorganizzazione territoriale rappresenta un altro punto critico. Il DM 77 prevede lo sviluppo delle Case di Comunità e il potenziamento dell’assistenza di prossimità, ma senza un adeguato numero di professionisti il rischio è evidente.
Le strutture sono importanti, ma senza professionisti adeguati rischiano di restare cattedrali nel deserto
, sottolinea Pedrotti.