Aggressioni in emergenza urgenza: violenza osservata dal 75% dei professionisti intervistati

Scritto il 29/09/2026
da Chiara Sideri

Un’indagine internazionale condotta su 1.306 professionisti di Pronto soccorso ed emergenza territoriale descrive una diffusa esposizione alla violenza, soprattutto verbale. Conseguenze psicologiche e fisiche, formazione disomogenea e possibili ricadute sulla qualità dell’assistenza indicano la necessità di interventi organizzativi che vadano oltre la sola formazione degli operatori. [1]

Violenza diffusa nei servizi di emergenza

Tre partecipanti su quattro hanno assistito ad almeno un episodio di violenza sul luogo di lavoro nell’ultimo anno. È il dato principale emerso dall’Emergency Medicine Day International Survey, pubblicato sull’European Journal of Emergency Medicine e condotto tra maggio e giugno 2026 in 81 Paesi.[1]

Lo studio ha coinvolto professionisti operanti nei Dipartimenti di emergenza e nei servizi di emergenza sanitaria territoriale. Dei 2.199 soggetti che avevano fornito il consenso, sono stati inclusi nell’analisi 1.306 questionari completi.[1]

Il 75,04% dei rispondenti ha dichiarato di avere assistito ad almeno un episodio di violenza nell’anno precedente. Il 68,8% ha riferito conseguenze psicologiche e il 40,3% conseguenze fisiche.[1]

Il primo dato riguarda quindi la violenza osservata nell’ambiente di lavoro, mentre gli altri due descrivono le conseguenze riferite dai partecipanti. Lo studio non fornisce informazioni dettagliate sulla gravità, sulla durata o sull’eventuale accertamento clinico dei danni riportati.

La violenza nei contesti di emergenza non appare limitata all’aggressione fisica: comprende comportamenti verbali, intimidatori, discriminatori e sessuali che possono compromettere la sicurezza percepita e il benessere professionale.[1]

Le aggressioni verbali sono le più frequenti

L’aggressione verbale o la minaccia di violenza è risultata la forma maggiormente segnalata, indicata dall’87,8% dei partecipanti. Seguono:[1]

  • aggressioni fisiche, 42,3%
  • danneggiamento di beni, 26,4%
  • molestie sessuali, 14,6%
  • violenza a sfondo razziale, 14,5%
  • episodi connessi a conflitti armati, 4,5%
  • eventi con altre armi, 4,1%
  • aggressioni sessuali, 3,5%
  • molestie online, 3,1%
  • episodi con armi da fuoco, 2,9%

Era possibile indicare più di una forma di violenza: le percentuali non sono quindi alternative e non devono essere sommate.[1]

I pazienti sono stati indicati come principali autori degli episodi dal 67,6% dei rispondenti, seguiti da familiari o amici del paziente, 44,1%, pazienti o visitatori in stato di intossicazione, 44%, e pazienti psichiatrici, 35,2%.[1]

Queste categorie possono sovrapporsi e non dimostrano che una specifica condizione clinica determini un comportamento violento. Lo studio descrive le caratteristiche indicate dai partecipanti, ma non consente di stabilire un rapporto causale tra disturbo psichiatrico, consumo di sostanze e aggressione.

Sovraffollamento e attese alimentano la tensione

Il consumo di alcol o sostanze e il sovraffollamento dei servizi di emergenza sono stati indicati dai partecipanti come i principali fattori associati alla violenza, con punteggi medi rispettivamente pari a 4,43 e 4,33 su una scala da 0 a 6.[1]

Nella discussione, gli autori osservano che tempi di attesa prolungati, permanenza dei pazienti in Pronto soccorso in attesa di ricovero, risorse limitate ed elevata pressione emotiva possono favorire l’aumento della tensione tra pazienti, familiari e professionisti.[1]

Il sondaggio, tuttavia, non dimostra che il sovraffollamento causi direttamente le aggressioni. Trattandosi di uno studio trasversale basato su risposte autoriferite, descrive le esperienze e le percezioni dei partecipanti senza poter determinare relazioni causali.[1]

Il dato conserva comunque un’importante rilevanza organizzativa: la prevenzione della violenza non può essere affidata esclusivamente alla capacità del singolo professionista di gestire situazioni difficili. Deve comprendere anche interventi sui flussi, sugli organici, sugli spazi, sui tempi di attesa e sulla comunicazione con pazienti e familiari.[1,2]

Quando la violenza incide sull’assistenza

Il 45,8% dei rispondenti ha ritenuto che gli episodi di violenza avessero determinato un peggioramento della qualità dell’assistenza erogata. Il dato è riportato nel comunicato ufficiale diffuso da EUSEM in occasione della pubblicazione dello studio.[2]

Si tratta di una valutazione soggettiva e non della misurazione diretta di esiti clinici, errori assistenziali o eventi avversi. Il risultato suggerisce comunque che le aggressioni possano influire non soltanto sulla salute degli operatori, ma anche sul funzionamento del sistema assistenziale.

Una situazione violenta può interrompere le attività, sottrarre professionisti alla presa in carico, compromettere la concentrazione e aumentare il carico cognitivo. Può inoltre modificare la relazione con il paziente e interferire con la comunicazione e la continuità assistenziale.[1]

Quasi la metà dei partecipanti, il 48,3%, ha percepito un peggioramento della violenza negli ultimi cinque anni. Si tratta di una valutazione retrospettiva e autoriferita, non della dimostrazione di un aumento oggettivo degli episodi nel tempo.[1]

I pazienti violenti sono stati considerati una delle principali minacce professionali, con un punteggio medio di 3,63 su 6, secondo soltanto al rischio infettivo, pari a 3,80. Burnout e salute mentale hanno ottenuto un punteggio medio di 3,59.[1]

Donne più esposte alle conseguenze psicologiche

Le conseguenze psicologiche sono state riportate dal 72,2% delle donne e dal 64,9% degli uomini. Dopo l’aggiustamento per età, anzianità lavorativa, professione e raggruppamento per Paese, l’associazione è risultata statisticamente significativa, con odds ratio pari a 1,092 e intervallo di confidenza al 95% compreso tra 1,029 e 1,159.[1]

Non sono invece emerse differenze significative per le conseguenze fisiche, riferite dal 40,3% delle donne e dal 40,4% degli uomini.[1]

Gli uomini hanno dichiarato più frequentemente di avere assistito a episodi violenti, 78,3% contro 73,3%, ma la differenza non è risultata statisticamente significativa.[1]

Secondo gli autori, la maggiore frequenza di conseguenze psicologiche tra le donne è coerente con studi precedenti che descrivono una maggiore esposizione ad abuso verbale, intimidazione e molestie legate al genere. Il disegno trasversale non consente però di dimostrare le ragioni della differenza osservata.[1]

Solo la metà ha ricevuto formazione specifica

Il 51,1% dei partecipanti aveva ricevuto una formazione formale sulla prevenzione della violenza, mentre il 38,6% ha dichiarato di non averne ricevuta. Per la quota restante lo studio non riporta una risposta definita. [1]

Anche il supporto successivo agli eventi appare disomogeneo: il 57,3% disponeva di un sostegno psicologico o psicosociale, mentre il 27,1% ha dichiarato di non potervi accedere.[1]

I partecipanti si consideravano maggiormente preparati ad affrontare eventi con molte vittime e incendi accidentali. La preparazione percepita era invece inferiore per aggressori attivi, violenza tra colleghi e conflitti armati.[1]

La formazione sulla comunicazione e sulle tecniche di de-escalation rappresenta una componente importante della prevenzione, ma non può diventare uno strumento per trasferire sul professionista la responsabilità dell’aggressione.

Gli autori indicano la necessità di strategie integrate comprendenti:[1,2]

  • formazione strutturata sulla de-escalation;
  • sistemi semplici e accessibili per segnalare gli episodi;
  • monitoraggio e analisi degli eventi;
  • supporto psicologico e debriefing dopo l’aggressione;
  • interventi sugli ambienti e sui sistemi di sicurezza;
  • presenza di personale di sicurezza adeguatamente formato;
  • miglioramento dei flussi e riduzione del sovraffollamento;
  • adeguamento delle risorse professionali;
  • risposte istituzionali visibili e coerenti.

Lo studio non ha confrontato l’efficacia delle singole misure e non consente di stabilire quale intervento sia maggiormente efficace nel ridurre il rischio.

Il ruolo degli infermieri nella prevenzione

Gli infermieri rappresentavano il 21,4% del campione, rispetto al 58,3% di medici, al 17,7% di paramedici e al 2,4% di altri professionisti dell’emergenza.[1]

Lo studio non riporta una prevalenza delle aggressioni riferita esclusivamente agli infermieri. Analizza invece alcune differenze nella percezione della sicurezza tra i gruppi professionali.

I medici hanno espresso punteggi di insicurezza più elevati rispetto a infermieri e paramedici. Gli autori osservano che questo risultato sembra differire da precedenti metanalisi, nelle quali infermieri e professionisti dell’emergenza territoriale risultavano tra le categorie con maggiore esposizione alla violenza. [1]

La differenza potrebbe essere influenzata dalla composizione del campione, dalla minore rappresentazione di infermieri e paramedici e dal fatto che l’indagine ha considerato sia la violenza subita sia quella osservata.[1]

Gli infermieri mantengono spesso un contatto continuativo con pazienti e accompagnatori, dall’accoglienza e dal triage fino alla sorveglianza clinica e alla comunicazione delle attese. Il loro coinvolgimento è quindi essenziale nella valutazione del rischio, nell’analisi degli eventi e nella definizione delle procedure e degli ambienti.

Riconoscere precocemente l’aumento della tensione, utilizzare tecniche comunicative adeguate e attivare tempestivamente il team può contribuire alla gestione dell’escalation. Nessuna competenza individuale, tuttavia, può compensare ambienti sovraffollati, carenze di personale o sistemi di segnalazione inefficaci.[1]

La prevenzione richiede una responsabilità organizzativa chiara e un approccio multiprofessionale.

I limiti del sondaggio

La dimensione internazionale costituisce uno dei punti di forza dello studio, ma non rende il campione rappresentativo di tutti i professionisti dell’emergenza-urgenza.

La partecipazione era volontaria e il questionario è stato diffuso attraverso la European Society for Emergency Medicine e organizzazioni partner. È quindi possibile un bias di selezione: le persone maggiormente interessate o direttamente coinvolte nel problema potrebbero essere state più propense a rispondere.[1]

La distribuzione tra i Paesi non era uniforme. Nel comunicato EUSEM viene segnalata, per esempio, la partecipazione di 258 medici ucraini, un elemento che potrebbe avere influenzato alcuni risultati relativi alla violenza nei contesti di conflitto.[2]

Sono stati analizzati soltanto i questionari completi: 1.306 sui 2.199 partecipanti che avevano fornito il consenso. Circa il 40% delle compilazioni è stato escluso perché vuoto o privo di dati essenziali. I dati mancanti non sono stati imputati.[1]

Esposizione, conseguenze e percezioni erano autoriferite e quindi soggette a possibili errori di memoria e differenze interpretative. Il disegno trasversale non consente di stabilire rapporti causali, mentre le differenze tra sistemi sanitari, legislazioni e modalità di segnalazione potrebbero avere influenzato le risposte.[1]

L’esito principale relativo al clima di sicurezza era misurato attraverso una singola domanda, non mediante una scala multidimensionale. Le risposte alla domanda aperta non sono state analizzate.[1]

Gli autori riferiscono comunque che un’analisi di sensibilità condotta escludendo il campione nazionale più numeroso ha prodotto risultati simili, sostenendo la robustezza complessiva delle osservazioni.[1]

Pertanto, il 75,04% non può essere interpretato come la prevalenza mondiale delle aggressioni nei servizi di emergenza. Descrive la quota osservata tra i professionisti che hanno completato questo specifico sondaggio. [1]

Lo studio non permette di misurare con precisione globale la frequenza delle aggressioni, ma restituisce un segnale rilevante: nel campione analizzato la violenza, soprattutto verbale, è stata riferita frequentemente ed è stata associata in particolare a conseguenze psicologiche.[1]

Considerarla una conseguenza inevitabile del lavoro rischia di favorirne la normalizzazione e la mancata segnalazione. Gli episodi dovrebbero invece essere analizzati come eventi di sicurezza sul lavoro e, potenzialmente, di sicurezza delle cure.

Linguaggio del testo revisionato con IA.