Alzheimer, terapie e biomarcatori cambiano la presa in carico

Scritto il 16/08/2026
da Chiara Sideri

La ricerca sulla malattia di Alzheimer sta attraversando una fase di profondo cambiamento. I biomarcatori consentono di riconoscere con maggiore precisione i processi biologici associati alla malattia, mentre i primi anticorpi anti-amiloide hanno dimostrato di poter rallentare, ma non arrestare, il declino cognitivo e funzionale in alcune persone con Alzheimer iniziale. Un avanzamento concreto, che apre nuove possibilità terapeutiche ma introduce anche percorsi complessi, rischi da monitorare e importanti responsabilità per il personale infermieristico e per le altre professioni sanitarie.

Alzheimer, cosa sta cambiando

La review pubblicata su Cell da Michelle D. Rudman, Jason D. Ulrich e David M. Holtzman ricostruisce i principali progressi compiuti negli ultimi cinque anni nella comprensione, nella diagnosi e nel trattamento della malattia di Alzheimer.[1]

Non si tratta di un nuovo studio clinico, ma di una revisione narrativa che integra ricerche molecolari e genetiche, modelli cellulari e animali, studi sui biomarcatori e sperimentazioni farmacologiche.

Il quadro che emerge è più complesso rispetto alla tradizionale rappresentazione dell’Alzheimer come semplice accumulo di placche amiloidi e grovigli di tau. La neurodegenerazione sembra derivare dall’interazione tra alterazioni proteiche, risposta immunitaria, metabolismo lipidico, vulnerabilità vascolare e predisposizione genetica.[1]

Questa complessità è rilevante anche sul piano clinico: intervenire su un solo bersaglio biologico difficilmente può neutralizzare tutti i processi già attivati, soprattutto quando la malattia è avanzata.

Amiloide, tau e APOE

Amiloide e tau non raccontano la stessa storia

La beta-amiloide può iniziare ad accumularsi nel cervello molti anni prima della comparsa dei sintomi. Le evidenze genetiche, la sequenza temporale dei biomarcatori e i risultati dei trial farmacologici ne sostengono il coinvolgimento nelle fasi iniziali della malattia.[1]

La presenza di amiloide, tuttavia, non è sufficiente da sola a determinare la demenza. Alcune persone possono presentare una significativa deposizione amiloide senza una compromissione cognitiva evidente, mentre la gravità dei sintomi appare più strettamente correlata alla diffusione della patologia tau.

Nell’Alzheimer, tau perde progressivamente la propria funzione fisiologica, assume una conformazione anomala e si aggrega all’interno delle cellule nervose. La patologia sembra poi propagarsi lungo le reti cerebrali, coinvolgendo aree legate alla memoria, al linguaggio, all’orientamento e alle funzioni esecutive.[1]

Questo contribuisce a spiegare perché gli anticorpi anti-amiloide possano rimuovere una quantità consistente di placche senza arrestare il declino clinico. Ridurre l’amiloide non significa interrompere automaticamente la neurodegenerazione già sostenuta da tau, neuroinfiammazione e altre co-patologie.

APOE aumenta il rischio, ma non è una diagnosi

APOE rappresenta il principale fattore genetico di rischio conosciuto per la forma sporadica della malattia. L’allele APOE ε4 è associato a una probabilità maggiore di sviluppare Alzheimer e a un’insorgenza mediamente più precoce, mentre APOE ε2 tende a esercitare un effetto protettivo rispetto ad APOE ε3.[1,9]

Il significato clinico deve però essere comunicato con attenzione. Possedere APOE ε4 non equivale ad avere o sviluppare inevitabilmente la malattia, così come la sua assenza non consente di escluderla.

Il genotipo assume oggi anche una rilevanza terapeutica, perché APOE ε4 è associato a un rischio maggiore di sviluppare anomalie neuroradiologiche durante i trattamenti anti-amiloide. La comunicazione del risultato genetico richiede quindi un percorso strutturato, capace di evitare interpretazioni deterministiche o allarmistiche.

La review descrive inoltre rare varianti potenzialmente protettive, come APOE Christchurch. Queste osservazioni hanno aperto nuove ipotesi di ricerca, ma derivano anche da casi eccezionali e modelli sperimentali e non possono essere generalizzate alla popolazione.[1]

La neuroinfiammazione ha un ruolo ambivalente

La microglia, principale componente immunitaria residente del sistema nervoso centrale, può contribuire alla rimozione dell’amiloide e alla compattazione delle placche. In altri contesti, però, la sua attivazione può favorire il rilascio di mediatori proinfiammatori, la perdita delle connessioni sinaptiche e la propagazione delle alterazioni di tau.[1]

La risposta immunitaria non può quindi essere descritta semplicemente come protettiva o dannosa. Il suo effetto dipende dalla fase della malattia e dalle vie molecolari coinvolte. Per questa ragione, le strategie immunomodulanti più selettive rimangono prevalentemente sperimentali.

Biomarcatori, la diagnosi cambia

L’evoluzione dei biomarcatori consente oggi di descrivere l’Alzheimer non soltanto attraverso i sintomi, ma anche attraverso indicatori biologici di amiloide, tau e neurodegenerazione.[1,6]

La PET amiloide e l’analisi del liquido cerebrospinale rappresentano strumenti importanti per documentare la presenza della patologia. La crescente disponibilità di biomarcatori ematici potrebbe rendere il percorso meno invasivo e più accessibile, soprattutto nella selezione delle persone da indirizzare agli approfondimenti specialistici.[6-8]

p-tau217, la promessa dei test ematici

Tra i biomarcatori plasmatici, la tau fosforilata 217, o p-tau217, è considerata uno degli indicatori più promettenti. Alcuni test hanno mostrato un’elevata capacità di riconoscere la positività amiloide rispetto a PET e liquor.[7]

L’accuratezza osservata nelle coorti di ricerca non garantisce però automaticamente le stesse prestazioni in ogni popolazione. Età, comorbilità, caratteristiche del setting e probabilità pre-test possono influenzare l’interpretazione del risultato.

Un test positivo non basta

Un biomarcatore positivo non equivale da solo a una diagnosi clinica di demenza e non permette di stabilire con certezza se o quando comparirà una compromissione cognitiva.

Anamnesi, valutazione cognitiva e funzionale, esame neurologico, imaging e diagnosi differenziale rimangono indispensabili. Il primo test ematico autorizzato negli Stati Uniti come ausilio diagnostico è destinato a persone con segni e sintomi di deterioramento cognitivo valutate in contesti specialistici, non allo screening della popolazione generale.[8]

Il biomarcatore documenta un processo biologico, ma non descrive da solo la persona, il suo livello di autonomia o la prognosi individuale.

Anti-amiloide, il primo cambio terapeutico

Lecanemab e donanemab hanno segnato il passaggio dalle sole terapie sintomatiche ai primi trattamenti capaci di modificare alcuni processi biologici della malattia.

Cosa hanno mostrato gli studi

Nello studio CLARITY-AD, lecanemab è stato valutato in persone con disturbo cognitivo lieve o demenza lieve e positività amiloide confermata. Dopo 18 mesi, il gruppo trattato ha mostrato una progressione media del declino cognitivo e funzionale inferiore rispetto al placebo, insieme a una marcata riduzione dell’amiloide cerebrale.[2]

Risultati nella stessa direzione sono stati osservati con donanemab nello studio TRAILBLAZER-ALZ 2, condotto in persone con Alzheimer sintomatico iniziale. Il beneficio è apparso maggiore nel gruppo con un carico di tau basso o intermedio.[3]

Le percentuali dei due farmaci non possono essere confrontate direttamente, perché gli studi hanno utilizzato popolazioni, scale, criteri di stratificazione e modalità di analisi differenti.

Cosa significa rallentare del 30%

Il beneficio viene spesso sintetizzato come un rallentamento del declino di circa il 30%.[1-3] Questa percentuale non significa recuperare il 30% della memoria o delle autonomie perdute e neppure impedire la progressione nel 30% delle persone.

Indica che, durante il periodo osservato, la velocità media del peggioramento misurata attraverso specifiche scale cliniche è risultata inferiore rispetto al placebo.

La persona può quindi continuare a manifestare un deterioramento, ma potenzialmente più lento. Si tratta di un rallentamento medio, non di un arresto della malattia, e la risposta può variare.

Le terapie non sono inoltre destinate genericamente a tutte le persone con demenza. I trial hanno coinvolto partecipanti con disturbo cognitivo lieve o demenza lieve, positività amiloide e precisi criteri clinici e neuroradiologici.[2,3]

ARIA, il rischio da monitorare

Le anomalie neuroradiologiche correlate all’amiloide, conosciute come ARIA, rappresentano il principale problema di sicurezza delle immunoterapie anti-amiloide.

ARIA-E comprende edema ed effusioni, mentre ARIA-H comprende microemorragie, macroemorragie e siderosi superficiale. Molti episodi osservati nei trial sono stati asintomatici o di grado lieve, ma possono verificarsi forme sintomatiche, eventi severi e, raramente, complicanze fatali.[1-4]

Nella review, le differenti manifestazioni di ARIA sono state complessivamente osservate nel 21,5% delle persone trattate con lecanemab nello studio CLARITY-AD. Con donanemab, TRAILBLAZER-ALZ 2 ha riportato ARIA-E nel 24% e ARIA-H nel 19,7% delle persone trattate.[1-4]

Le percentuali di ARIA-E e ARIA-H non devono essere sommate, perché una stessa persona può presentare entrambe le manifestazioni.

Chi presenta un rischio maggiore

Il rischio è più elevato nelle persone con due copie di APOE ε4 e può essere influenzato dalla presenza di angiopatia amiloide, da reperti emorragici alla risonanza e dall’impiego di terapie che modificano la coagulazione.[1,4]

Uno schema di titolazione più graduale di donanemab ha ridotto la frequenza di ARIA-E in uno studio successivo, mantenendo una simile riduzione dell’amiloide. Il risultato è incoraggiante, ma non elimina la necessità di un monitoraggio accurato.[5]

La review segnala inoltre rari decessi per macroemorragia in persone trattate con lecanemab che avevano ricevuto anche un trombolitico o una terapia anticoagulante.[1,4] Il dato rafforza l’importanza della riconciliazione farmacologica, della comunicazione tra servizi e della tempestiva identificazione di nuovi sintomi neurologici.

Cosa cambia per l’assistenza

L’introduzione delle terapie anti-amiloide non modifica soltanto la prescrizione farmacologica, ma l’intero modello di presa in carico.

Il personale infermieristico può rappresentare un punto di raccordo tra valutazione neurologica, diagnostica per immagini, trattamento infusionale, monitoraggio della sicurezza e sostegno alla persona e alla rete familiare.

Fase del percorsoPriorità assistenziali
Valutazione inizialeRaccogliere l’anamnesi, verificare la terapia assunta e documentare autonomie, vulnerabilità e capacità di comprendere il percorso.
InformazioneChiarire che il trattamento può rallentare la progressione, ma non recupera le funzioni già compromesse e non rappresenta una cura.
SomministrazioneGestire la terapia infusionale secondo protocollo e monitorare le reazioni correlate all’infusione.
SorveglianzaFavorire l’aderenza alle risonanze programmate e intercettare nuovi sintomi o cambiamenti clinici.
Follow-upValutare cognizione, autonomia, comportamento, nutrizione, sicurezza, aderenza e carico della rete di assistenza.
CoordinamentoFacilitare la comunicazione tra neurologia, neuroradiologia, farmacia, medicina generale, territorio e professioni riabilitative.

Comunicare senza creare false aspettative

La definizione “terapia modificante la malattia” può essere interpretata come sinonimo di guarigione. Per questo la comunicazione deve essere chiara, ripetuta e adattata alle capacità cognitive e linguistiche della persona.

Il beneficio atteso non è il recupero della memoria o dell’autonomia perduta, ma un possibile rallentamento della progressione osservato in popolazioni selezionate e per periodi ancora relativamente limitati.[2,3]

La decisione deve quindi considerare non soltanto l’idoneità biologica, ma anche comorbilità, preferenze, qualità di vita, possibilità di aderire ai controlli e disponibilità della rete familiare o assistenziale.

Essere candidabili non significa necessariamente che il trattamento rappresenti la scelta migliore per ogni persona.

Le terapie ancora in studio

La pipeline terapeutica descritta nella review comprende tau, APOE, microglia, metabolismo lipidico e differenti vie immunitarie. Per la maggior parte di questi bersagli, però, le evidenze sono ancora precliniche o derivano da sperimentazioni iniziali.[1]

StrategiaStato delle conoscenze
Anticorpi anti-amiloideBeneficio clinico dimostrato nelle fasi iniziali, con efficacia moderata e rischio ARIA.
Terapie anti-tauDiversi anticorpi non hanno mostrato efficacia; altri approcci restano sperimentali.
Modulazione di APOEStrategie prevalentemente precliniche o in trial iniziali.
ImmunomodulazioneRisultati eterogenei e nessuna terapia consolidata.
Terapie combinateIpotesi razionale, ma senza conferme cliniche definitive.
Trattamento presintomaticoIn studio; non è ancora dimostrato che prevenga l’Alzheimer sporadico.

La capacità di modificare un biomarcatore non equivale automaticamente a un beneficio per la persona. Raggiungimento del bersaglio biologico ed efficacia clinica sono risultati differenti.

I limiti della review

L’articolo offre una sintesi ampia e autorevole, ma non è una revisione sistematica. Non vengono riportati database consultati, criteri di selezione, stringhe di ricerca o una valutazione formalizzata del rischio di bias.

La review affianca inoltre evidenze con livelli di solidità differenti: trial randomizzati di fase 3, studi osservazionali, analisi post hoc, piccoli studi iniziali, modelli animali e singoli casi genetici. Le ipotesi generate in laboratorio non devono essere presentate con lo stesso grado di certezza dei risultati clinici.

La trattazione riflette in parte il contesto regolatorio statunitense. Disponibilità, indicazioni, criteri di accesso e rimborsabilità possono essere differenti negli altri sistemi sanitari.

Devono infine essere considerati i conflitti di interesse dichiarati e l’impiego di strumenti di intelligenza artificiale durante la preparazione del manoscritto, pur con revisione finale dichiarata da parte delle persone autrici.[1]

La ricerca sull’Alzheimer ha compiuto un avanzamento concreto. Per la prima volta, interventi diretti contro l’amiloide hanno dimostrato di poter rallentare la progressione clinica nelle fasi iniziali.[1-3]

Il risultato non coincide però con una cura. Il beneficio rimane moderato, il rischio non è trascurabile e il percorso richiede una selezione accurata e un monitoraggio intensivo.

Per il personale infermieristico e per le altre professioni sanitarie, la trasformazione riguarda soprattutto la presa in carico: dalla valutazione multidimensionale alla continuità tra ospedale, territorio e famiglia.