Pelle di pesce acellulare nel trattamento delle ferite acute e croniche

Scritto il 05/07/2026
da Federica Sanna

La gestione delle ferite acute, croniche e difficili da guarire rappresenta una sfida crescente per i sistemi sanitari, sia per l’impatto sulla qualità di vita dei pazienti sia per il carico assistenziale, economico e organizzativo correlato a medicazioni ripetute, follow-up prolungati e possibili ospedalizzazioni [1]. Le lesioni croniche, in particolare, hanno spesso un’eziologia multifattoriale e richiedono un approccio integrato, in cui il trattamento della causa sottostante deve essere associato a una corretta gestione locale della ferita [1,2]. In assenza di un unico standard terapeutico valido per tutte le tipologie di lesione, la ricerca nel wound care si sta orientando anche verso strategie avanzate e sostituti dermici biologici, con l’obiettivo di supportare la riparazione tissutale, semplificare alcuni percorsi assistenziali e, quando possibile, favorire trattamenti compatibili con setting ambulatoriali [1,2]. In questo contesto si inserisce l’interesse per la pelle di pesce acellulare, un biomateriale derivato da merluzzo atlantico decellularizzato, già studiato in diverse tipologie di ferite complesse [1,3].

Pelle di pesce acellulare

La pelle di pesce acellulare, nello specifico derivata da Gadus morhua, cioè merluzzo atlantico, è un biomateriale decellularizzato impiegato come innesto dermico. La sua struttura, secondo quanto riportato in letteratura, presenta caratteristiche compatibili con l’impiego come matrice di supporto nel letto di ferita e può contribuire a creare un ambiente favorevole ai processi di riparazione tissutale.

Il materiale conserva componenti della matrice extracellulare e una quota di acidi grassi omega-3. Questi elementi sono considerati di interesse biologico per il possibile ruolo nella modulazione dell’infiammazione e nella risposta tissutale locale. È opportuno, tuttavia, evitare interpretazioni eccessivamente estensive: il contributo clinico di tali caratteristiche deve essere valutato nel contesto del singolo paziente, della preparazione del letto di ferita e dell’intero percorso di cura.

Non si tratta di una semplice medicazione, ma di un innesto biologico acellulare applicato su una ferita adeguatamente preparata. La finalità è offrire un supporto alla formazione di tessuto di granulazione e, in alcuni casi, favorire una progressiva evoluzione verso la chiusura della lesione o verso successive procedure ricostruttive.[1]

Lo studio dell’Università di Düsseldorf

Presso il Dipartimento di Dermatologia dell’Università di Düsseldorf è stato condotto uno studio retrospettivo sull’utilizzo di innesti di pelle di pesce acellulare nel trattamento di ferite acute e croniche difficili da trattare.

La ricerca ha incluso 44 pazienti trattati tra maggio 2020 e febbraio 2025: 33 uomini e 11 donne, con età media di 72,4 anni. Le ferite presentavano dimensioni variabili, con un’area media di 84,5 cm². Le lesioni erano equamente distribuite tra 22 ferite acute e 22 ferite croniche; le sedi più frequenti erano gamba, cuoio capelluto e volto.

Le tipologie di lesione comprendevano:

  • ferite acute post-chirurgiche, soprattutto dopo asportazione di tumori cutanei;
  • ulcere croniche vascolari;
  • lesioni associate a pioderma gangrenoso;
  • ferite con disturbi cronici della guarigione;
  • una lesione da ustione;
  • ferite localizzate in sedi complesse, come cuoio capelluto, volto e arti inferiori.

Il trattamento era stato riservato a pazienti con ferite che non mostravano una progressione adeguata nonostante le cure standard, oppure a pazienti con ferite post-operatorie considerate complesse per sede anatomica, esposizione di strutture profonde o precedenti trattamenti, come la radioterapia.[1]

Come veniva applicato l’innesto

Nello studio è stato utilizzato un innesto commerciale costituito da pelle di merluzzo atlantico decellularizzata. La procedura veniva eseguita in anestesia locale.

Prima dell’applicazione, la ferita era preparata attraverso debridement del letto e dei margini fino alla comparsa di sanguinamento puntiforme, considerato indicativo della presenza di tessuto vitale. L’innesto veniva quindi reidratato in soluzione fisiologica allo 0,9% per circa 10 minuti.

I passaggi descritti dagli autori comprendevano:

  1. debridement della ferita fino alla comparsa di sanguinamento puntiforme;
  2. reidratazione dell’innesto in soluzione fisiologica;
  3. posizionamento e sutura dell’innesto ai margini della ferita;
  4. piccole incisioni centrali nell’innesto per favorire il drenaggio dell’essudato e l’integrazione tissutale;
  5. applicazione, quando possibile, di terapia a pressione negativa.

Quando la terapia a pressione negativa non era applicabile, ad esempio in alcune sedi anatomiche difficili come dita, naso, orecchie o medio volto, veniva utilizzata una medicazione compressiva di tipo tie-over. Le medicazioni successive venivano sostituite ogni 2-3 giorni con medicazioni non adesive e garze sterili. [1]

Risultati osservati

Gli esiti sono stati valutati attraverso documentazione clinica, fotografie, in alcuni casi microscopia confocale e questionari rivolti ai pazienti. Su 44 pazienti trattati, 39 hanno mostrato una risposta positiva, pari all’88,6% del campione. Gli autori hanno definito come risposta positiva la riduzione della dimensione della ferita, la formazione di tessuto di granulazione o la guarigione completa.

Esito clinicoNumero di pazientiPercentuale
Risposta positiva al trattamento39/4488,6%
Guarigione completa20/4445,5%
Guarigione parziale19/4443,2%
Nessun miglioramento significativo5/4411,4%

Nel sottogruppo delle ferite acute, tutte le 22 lesioni hanno mostrato un miglioramento clinico: 11 sono andate incontro a guarigione completa e 11 a guarigione parziale. Tra le 22 ferite croniche, 17 hanno mostrato un miglioramento, mentre 5 non hanno avuto una risposta significativa.

In alcuni casi, l’innesto è stato associato alla formazione di tessuto di granulazione sufficiente a consentire successivi interventi ricostruttivi, come innesti cutanei a spessore parziale, innesti a tutto spessore o lembi locali. Gli autori descrivono risultati favorevoli anche in contesti complessi, tra cui ferite con osso o tendine esposto, lesioni del cuoio capelluto dopo chirurgia oncologica e ulcere associate a patologie infiammatorie o vascolari. Questi dati, pur rilevanti, non consentono da soli di attribuire il miglioramento esclusivamente all’innesto, in assenza di un gruppo di controllo. [1]

Sicurezza e tollerabilità

Nel campione analizzato non sono state osservate reazioni allergiche al pesce, né complicanze maggiori come sanguinamenti, necrosi o infezioni locali e sistemiche correlate alla procedura. Questo dato è rassicurante, ma va interpretato alla luce delle dimensioni contenute dello studio e della natura retrospettiva dell’analisi.

La tollerabilità è stata valutata anche attraverso un questionario somministrato a 20 pazienti. La maggior parte ha riferito dolore assente o lieve durante la procedura; alcuni pazienti hanno invece riportato dolore moderato o intenso, soprattutto nella fase post-operatoria.

Tra i pazienti che hanno risposto al questionario, il 95% ha dichiarato che sarebbe disposto a ripetere il trattamento. Il dato suggerisce una buona accettazione della procedura nel sottogruppo valutato, ma non può essere generalizzato all’intera popolazione di pazienti con ferite acute o croniche, anche perché il questionario era stato modificato rispetto al Wound-QoL e non validato nella forma utilizzata.[1]

I limiti dello studio

I risultati devono essere interpretati con particolare cautela. Lo studio è retrospettivo e non consente di stabilire con certezza un rapporto causale tra l’utilizzo dell’innesto e la guarigione della ferita. Manca inoltre un gruppo di controllo, elemento che impedisce un confronto diretto con altri trattamenti o con la terapia standard.

Il campione è relativamente piccolo e comprende ferite molto diverse tra loro per origine, sede, dimensioni e complessità. Gli stessi autori sottolineano che la valutazione della guarigione si è basata soprattutto su documentazione clinica e fotografica, senza strumenti standardizzati di misurazione quantitativa della ferita. Anche il questionario sulla qualità di vita è stato modificato e non validato nella forma impiegata.

Alla luce di questi elementi, la pelle di pesce acellulare può essere considerata una prospettiva di interesse nel trattamento di alcune ferite complesse, ma le indicazioni, l’efficacia comparativa, la sicurezza e i limiti di impiego richiedono ulteriori studi prospettici, controllati e su campioni più ampi.[1]