Senza studentesse e studenti non c’è futuro per l’infermieristica

Scritto il 15/05/2026
da Chiara Sideri

Il futuro dell’infermieristica non comincia dopo la laurea. Inizia nelle aule universitarie, nei tirocini, nel rapporto con i tutor, nei primi contatti con i reparti, nella qualità degli ambienti formativi e nel modo in cui una professione riesce, o non riesce, a rendersi desiderabile per chi sta scegliendo cosa diventare. Parlare di studentesse e studenti di infermieristica, nella Giornata internazionale dell’infermiere e dentro una settimana dedicata alla professione, non significa aggiungere un capitolo “giovane” a una riflessione già avviata. Significa andare al punto più delicato: se non si investe su chi sta entrando oggi nella professione, ogni discorso sul futuro dell’assistenza resta incompleto.

Attrattività, formazione e futuro

L’International Council of Nurses ha scelto per il 2026 il tema “Our Nurses. Our Future. Empowered Nurses Save Lives”, richiamando la necessità di un empowerment reale: ambienti di lavoro sicuri ed equi, pieno esercizio professionale, leadership, influenza nei processi decisionali e condizioni che consentano agli infermieri di esprimere pienamente il proprio impatto sulla salute.

Ma questa riflessione non può riguardare solo gli infermieri già in servizio. Deve partire da chi sta entrando nella professione. Perché non esiste empowerment infermieristico se il percorso che conduce alla laurea è fragile, disomogeneo, poco sostenuto o percepito come privo di prospettive.

Gli studenti non sono il futuro in senso retorico. Sono il primo indicatore della credibilità della professione. Se scelgono Infermieristica, se restano, se si formano bene, se arrivano alla laurea con identità professionale, competenza e motivazione, il sistema guadagna capacità. Se invece incontrano un percorso faticoso, scarsamente riconosciuto e poco attrattivo, il sistema perde prima ancora di assumere.

Il dato italiano va letto proprio in questa prospettiva. Nel 2025, Fnopi segnalava circa 19mila domande per 20.699 posti a bando nei corsi di laurea in Infermieristica, in attesa dei dati delle università private e delle ricadute del semestre filtro. Nello stesso quadro, i posti disponibili erano cresciuti in modo significativo rispetto al passato, passando dai 10.614 del 2001 ai 20.699 attuali.

Il punto, quindi, non è soltanto aumentare i posti disponibili. Il nodo è capire quante persone vogliono davvero scegliere Infermieristica, quante riescono a portare a termine il percorso e quante, una volta laureate, desiderano restare dentro questa professione. La crisi di attrattività non si risolve solo aprendo più accessi, ma rendendo il percorso formativo sostenibile, qualificante e coerente con il valore che si attribuisce, a parole, agli infermieri.

Se vogliamo infermieri e infermiere competenti domani, dobbiamo prenderci cura di chi sta studiando oggi. Se vogliamo una professione più forte, dobbiamo smettere di guardare alla formazione come a una fase preliminare e iniziare a considerarla per ciò che è: il primo luogo politico, culturale e organizzativo in cui si decide il destino dell’infermieristica.

Per questo, nella Nurse Week, ascoltare gli infermieri significa ascoltare anche gli studenti e le studentesse. Significa capire cosa vedono nei reparti, cosa temono del futuro, cosa desiderano dalla formazione, cosa li motiva e cosa rischia di allontanarli dalla professione. Significa, soprattutto, chiedere loro di cosa hanno bisogno.

È da questa consapevolezza che nasce la survey che Nurse24 dedica agli studenti e alle studentesse di Infermieristica: uno spazio di ascolto pensato per raccogliere bisogni, criticità, aspettative e proposte da parte di chi oggi sta costruendo il proprio ingresso nella professione.

Tutoraggio, prospettive e identità

Accogliere studenti non significa semplicemente inserirli in turno. Significa progettare un’esperienza formativa. Significa avere tutor preparati, tempo dedicato, obiettivi chiari, valutazioni coerenti, feedback strutturati, ambienti capaci di spiegare e non solo di pretendere.

Lo studente deve poter vedere l’infermieristica nella sua complessità reale: tecnica, clinica, educativa, relazionale, organizzativa, etica. Deve imparare che l’infermiere non è soltanto chi “esegue”, ma chi osserva, valuta, pianifica, intercetta rischi, educa, coordina, comunica, decide entro il proprio campo di competenza e contribuisce alla sicurezza del percorso di cura.

È qui che si costruisce, o si indebolisce, l’identità professionale. Se durante la formazione lo studente incontra tutoraggio, responsabilità progressiva, accompagnamento e riconoscimento, può maturare senso clinico, appartenenza e consapevolezza del proprio ruolo. Se invece incontra solo carichi insostenibili, frustrazione, deleghe improprie, ambienti esausti e assenza di prospettiva, il messaggio implicito è devastante: questa professione è necessaria, ma non abbastanza valorizzata.

Troppo spesso il discorso sugli studenti e sui giovani infermieri viene liquidato con una lettura generazionale superficiale. Si dice che i giovani non vogliano più sacrificarsi, che cerchino solo equilibrio, che siano meno disposti alla fatica. È una lettura comoda, ma parziale.

Le nuove generazioni non rifiutano necessariamente la complessità del lavoro di cura. Rifiutano l’idea che la complessità debba tradursi automaticamente in precarietà emotiva, turni insostenibili, scarso riconoscimento, poche possibilità di crescita, ambienti aggressivi e carriere poco leggibili.

Vogliono sapere se esiste un futuro possibile dentro la professione. Se dopo la laurea ci sarà spazio per crescere. Se la formazione avanzata avrà un senso. Se l’infermieristica sarà finalmente considerata una professione intellettuale, autonoma e strategica, non solo una risposta organizzativa alla carenza.