Case di comunità, il nodo irrisolto degli infermieri rischia di frenare la sanità territoriale

Scritto il 12/05/2026
da Redazione

Le Case di comunità rischiano di diventare il punto più fragile della riforma territoriale se non sarà risolto il nodo degli infermieri. Mentre il Governo accelera sul coinvolgimento dei medici di medicina generale per rendere operative le strutture finanziate dal Pnrr, resta aperta la domanda principale: chi garantirà la continuità assistenziale prevista dal modello territoriale?

La riforma territoriale e il ruolo degli infermieri

Il DM 77/2022 ha definito le Case di comunità come presidi centrali della nuova sanità territoriale. Non semplici ambulatori, ma luoghi di presa in carico, continuità assistenziale, gestione della cronicità e integrazione multiprofessionale.

In questo modello, l’infermiere di famiglia e comunità avrebbe un ruolo strategico: presidiare i percorsi assistenziali, intercettare i bisogni, coordinare interventi sul territorio e alleggerire la pressione su pronto soccorso e ospedali.

Il problema è che gli infermieri necessari a sostenere questa rete oggi non ci sono in numero sufficiente. Secondo le stime richiamate nel dibattito sulla riforma, per rendere pienamente operative le Case di comunità servirebbero almeno 20mila infermieri di famiglia e comunità.

Un fabbisogno che si scontra con una carenza già pesante negli ospedali, nei servizi territoriali e nelle strutture sociosanitarie. Le organizzazioni sindacali stimano un deficit nazionale che supera le 100mila unità.

Il rischio di spostare personale da un servizio all’altro senza aumentare gli organici complessivi è evidente. In questo scenario, il territorio si rafforza solo sulla carta, mentre ospedali e reparti continuano a perdere risorse.

La difficoltà di reclutare infermieri non nasce dal nulla. La professione è segnata da carichi di lavoro elevati, turni prolungati, retribuzioni poco competitive, aggressioni e scarso riconoscimento professionale.

La conseguenza è una perdita progressiva di attrattività. Molti professionisti lasciano il servizio pubblico, cercano condizioni migliori nel privato o valutano opportunità all’estero.

Il tema non riguarda solo il benessere degli operatori. Quando gli organici sono insufficienti, peggiora anche la qualità dell’assistenza. Aumentano il rischio di errori, il sovraccarico emotivo e la difficoltà di garantire cure tempestive e sicure.

Il rischio di una riforma solo edilizia

Il Pnrr ha finanziato strutture, cantieri e nuove sedi territoriali. Ma una Casa di comunità non funziona solo perché viene aperta.

Servono équipe, turni, competenze, presenza continuativa e capacità di presa in carico. Senza infermieri, il rischio è trasformare la riforma in un intervento prevalentemente edilizio: muri nuovi, ma servizi incompleti.

È il punto critico della sanità territoriale. La riforma non può reggersi solo sulla presenza medica, perché il modello nasce per integrare professioni diverse e superare la frammentazione dell’assistenza.

Il vero banco di prova sarà la gestione dei pazienti cronici, fragili e anziani. Sono questi i bisogni che le Case di comunità dovrebbero intercettare prima che diventino accessi impropri in pronto soccorso o ricoveri evitabili.

In questo passaggio, la funzione infermieristica è centrale. L’infermiere di famiglia e comunità lavora sulla continuità, sull’educazione sanitaria, sull’aderenza terapeutica, sulla prevenzione delle complicanze e sul collegamento tra paziente, famiglia, medico e servizi.

Senza questa presenza, la Casa di comunità rischia di perdere la propria identità organizzativa.

La soluzione non può essere limitata a una redistribuzione del personale già in servizio. Per rendere sostenibile la riforma servono assunzioni dedicate, programmazione formativa, retribuzioni adeguate e percorsi di carriera coerenti con le competenze avanzate richieste.