Il focolaio sulla MV Hondius
L’Oms ha diffuso una guida provvisoria per la gestione dei contatti esposti al virus Andes, ceppo sudamericano di Hantavirus
Il focolaio è stato collegato alla nave MV Hondius, partita dall’Argentina e arrivata poi nell’area delle Canarie. Secondo l’Ecdc, al 9 maggio 2026 erano stati segnalati otto casi di infezione da virus Andes, inclusi tre decessi e un paziente in condizioni critiche, collegati alla nave.
Reuters ha riferito che l’evacuazione dei passeggeri ha coinvolto persone di più nazionalità e che le autorità sanitarie hanno sottolineato come il rischio per la popolazione generale resti basso, pur in presenza di misure rigorose per i passeggeri e l’equipaggio esposti.
La distinzione è importante: l’intervento di sanità pubblica non indica una trasmissione ampia nella popolazione, ma una risposta prudenziale a un evento circoscritto, in cui l’esposizione prolungata in ambienti chiusi può avere aumentato il rischio per alcune persone.
Perché il virus Andes richiede cautela
Gli Hantavirus sono generalmente associati all’esposizione a roditori infetti. Il virus Andes rappresenta però un’eccezione rilevante, perché è stato associato anche a trasmissione da persona a persona, sebbene limitata e in genere legata a contatti stretti.
Secondo la guida Oms, il periodo di incubazione varia in genere da una a sei settimane, con casi più lunghi riportati raramente; la finestra più frequente è tra due e quattro settimane, con una mediana di 18 giorni. Il periodo infettivo decorre dall’inizio dei sintomi fino alla guarigione o al decesso.
Il passaggio più delicato riguarda la fase prodromica, cioè quella iniziale, quando:
- febbre
- malessere
- dolori muscolari
- sintomi gastrointestinali
possono essere confusi con condizioni comuni.
L’Oms segnala che il rischio più alto di trasmissione è stato riportato proprio in questa fase e, per precauzione, suggerisce di identificare i contatti a partire da due giorni prima dell’esordio dei sintomi del caso probabile o confermato.
Quarantena e limitazioni
Contatti ad alto rischio
Il monitoraggio attivo si accompagna a misure di quarantena. I contatti ad alto rischio devono restare a casa o in una struttura designata, evitando contatti con altre persone e, quando possibile, rimanendo in una stanza separata. Se l’interazione è inevitabile, l’Oms raccomanda respiratore FFP2 o N95, distanziamento fisico e igiene delle mani.
La guida indica inoltre di evitare il rientro al lavoro per il periodo previsto e di scoraggiare viaggi non necessari, nazionali o internazionali, per 42 giorni. Gli spostamenti fuori dalla giurisdizione delle autorità sanitarie responsabili del follow-up possono essere autorizzati solo in circostanze specifiche, con accordi tra autorità competenti.
Qualsiasi contatto ad alto rischio che sviluppi sintomi compatibili deve essere isolato tempestivamente, valutato clinicamente e sottoposto a test.
Contatti a basso rischio
Per i contatti a basso rischio l’approccio è meno restrittivo. È prevista l’auto-sorveglianza quotidiana per 42 giorni, con controllo della temperatura e attenzione a sintomi sistemici, gastrointestinali o respiratori. Non sono invece giustificate restrizioni delle normali attività lavorative o ricreative.
Gli operatori sanitari classificati a basso rischio devono informare la medicina del lavoro e seguire le procedure locali per il rientro. In caso di sintomi, anche i contatti a basso rischio devono segnalarli prontamente, essere isolati, valutati e testati.
Implicazioni per servizi sanitari e professionisti
La gestione del focolaio evidenzia il ruolo decisivo dei servizi di sanità pubblica, della sorveglianza territoriale e dell’infection prevention and control. La complessità non riguarda solo l’identificazione dei casi, ma la presa in carico coordinata di persone distribuite tra Paesi diversi, con esposizioni differenti e necessità di follow-up prolungato.
Per i professionisti sanitari, il documento richiama alcuni punti operativi:
- anamnesi accurata dei viaggi e delle esposizioni;
- riconoscimento precoce di sintomi iniziali aspecifici;
- uso appropriato dei dispositivi di protezione;
- comunicazione chiara con i contatti in sorveglianza;
- raccordo tra servizi clinici, sanità pubblica e medicina del lavoro.
La guida conferma anche l’importanza della risk communication, in quanto misure rigorose non significano automaticamente rischio elevato per la popolazione generale. Significano, piuttosto, necessità di intervenire presto su gruppi esposti per evitare focolai secondari.