Dal ruolo clinico alla formazione e alla ricerca: una transizione complessa

Scritto il 10/05/2026
da Mauro Mastronardi

Negli ultimi decenni, la professione infermieristica ha subito una profonda evoluzione, ampliando il proprio ruolo non solo nell’ambito clinico, ma anche nella formazione e nella produzione scientifica. Gli infermieri rappresentano oggi circa il 50% della forza lavoro sanitaria globale e sono sempre più coinvolti nello sviluppo di pratiche basate sull’evidenza e nella produzione di conoscenza scientifica (Arshabayeva et al., 2024). Questo cambiamento, tuttavia, porta con sé una sfida cruciale: la transizione da infermiere clinico a educatore e ricercatore non è automatica né priva di criticità. La letteratura evidenzia come tale passaggio costituisca un processo complesso, che coinvolge dimensioni professionali, emotive e identitarie.

La transizione al ruolo di nurse educator

Il passaggio dall’attività clinica all’insegnamento è spesso percepito come una naturale evoluzione della carriera infermieristica. Tuttavia, numerosi studi dimostrano che questa transizione è caratterizzata da difficoltà significative.

Secondo Halton, Ireland e Vaughan (2024), gli infermieri che assumono il ruolo di educatori vivono frequentemente un’esperienza iniziale negativa, segnata da sentimenti di insicurezza, confusione e senso di inadeguatezza . Questo fenomeno è stato interpretato alla luce del modello del “transition shock” sviluppato da Duchscher (2009), che descrive l’impatto psicologico e professionale legato all’ingresso in un nuovo ruolo.

Studi precedenti confermano tali evidenze. Anderson (2009) descrive la transizione come un percorso caratterizzato da fasi di disorientamento e sovraccarico, mentre Schoening (2013) sottolinea come il passaggio da “bedside a classroom” implichi una ridefinizione delle competenze e dell’identità professionale. Analogamente, Cangelosi, Crocker e Sorrell (2009) evidenziano che l’expertise clinica non garantisce automaticamente competenze didattiche efficaci.