Long Covid, il conto per la sanità non è finito: costi e impatti nel prossimo decennio

Scritto il 09/04/2026
da Redazione

Il long Covid non è più soltanto una questione clinica. Secondo l’ultimo rapporto OCSE, il peso della condizione post-Covid continuerà a gravare sui sistemi sanitari e sulle economie anche negli anni successivi alla fase acuta della pandemia. E il dato più rilevante è questo: la spesa sanitaria diretta è solo una parte del problema, mentre la quota maggiore del costo complessivo deriva dalla riduzione della capacità lavorativa, dall’assenteismo, dal presenteismo e dall’uscita dal mercato del lavoro.

Il long Covid non è una coda marginale della pandemia

Il rapporto dell’OCSE parte da un punto fermo: il long Covid è una condizione multisistemica, complessa e spesso invalidante, caratterizzata dalla persistenza o dalla comparsa di sintomi nuovi a distanza di almeno tre mesi dall’infezione acuta.

Fatigue, “brain fog”, disautonomia, intolleranza allo sforzo e sintomi cardiopolmonari non sono solo un problema per il singolo paziente, ma producono un bisogno di cura prolungato che si traduce in maggior utilizzo di visite, esami, consulti specialistici, accessi ospedalieri e percorsi riabilitativi.

La portata del fenomeno è stata enorme nel picco pandemico. Secondo le stime OCSE, nel 2021 il long Covid ha interessato circa il 5,3% della popolazione dei Paesi OCSE ed europei considerati dal modello, pari a circa 75 milioni di persone nei soli Paesi OCSE. Da allora la prevalenza è diminuita, ma non è scomparsa. Nello scenario più realistico, con una circolazione residua del virus, il long Covid continuerà a interessare tra lo 0,6% e l’1% della popolazione fino al 2035.

Quanto pesa sulla spesa sanitaria

Il primo livello di analisi riguarda i costi diretti per i servizi sanitari. Nel 2021, anno di massima prevalenza, il long Covid ha assorbito circa 53 miliardi di dollari di spesa sanitaria diretta nei Paesi OCSE. In media, l’incidenza è stata compresa tra lo 0,6% e lo 0,8% della spesa sanitaria totale, con differenze marcate tra i Paesi.

L’aspetto più interessante, però, è la struttura di questi costi. Il long Covid non pesa solo perché “aggiunge” qualche controllo in più, ma perché genera un utilizzo persistente di più livelli di assistenza. Le evidenze richiamate nel rapporto mostrano che, rispetto ai controlli, i pazienti con long Covid hanno costi sanitari per paziente più elevati del 40-100%, con un eccesso di spesa che dura anche 12-24 mesi.

La quota principale dell’incremento ricade sull’assistenza ospedaliera e specialistica ambulatoriale, che rappresenta circa la metà o fino ai due terzi della spesa aggiuntiva; la medicina generale assorbe circa il 20-30%, mentre diagnostica, imaging e farmaci coprono il restante 10-20%.

Questo dato è cruciale anche sul piano organizzativo. Significa che il long Covid non è solo una voce di spesa “in più”, ma un moltiplicatore di domanda su snodi già sotto pressione: medicina generale, diagnostica, specialistica e follow-up multidisciplinare. In altre parole, è una condizione che consuma capacità produttiva del sistema oltre a generare costo contabile.

Il costo diretto diminuirà, ma non si azzererà

Il modello OCSE descrive bene la traiettoria attesa. Dopo il picco del 2021, la quota di spesa sanitaria attribuibile al long Covid cala con il ridursi delle infezioni acute e con la risoluzione di parte dei casi, ma non scompare negli scenari con circolazione residua del virus.

Nello scenario più pessimista tra quelli considerati, il long Covid continuerà ad assorbire circa lo 0,14% della spesa sanitaria totale nei Paesi OCSE, pari a circa 11 miliardi di dollari l’anno nel prossimo decennio.

La percentuale può sembrare limitata, ma va letta correttamente. Lo 0,14% della spesa totale di sistemi sanitari già sottoposti a invecchiamento demografico, cronicità crescente e carenza di personale non è trascurabile.

Inoltre il rapporto chiarisce che queste stime sono conservative, perché non includono in modo pieno tutte le conseguenze successive dell’infezione da SARS-CoV-2, comprese alcune condizioni croniche cardiovascolari, metaboliche, neurologiche e autoimmuni che potrebbero aumentare ulteriormente la pressione economica sui sistemi sanitari.

Il vero costo è fuori dal bilancio sanitario

La parte più forte del rapporto, però, è un’altra: il long Covid costa molto di più alle economie di quanto costi ai sistemi sanitari. Nel 2021 la perdita economica complessiva per i Paesi OCSE è stata stimata in circa 680 miliardi di dollari, circa 13 volte superiore ai costi sanitari diretti dello stesso anno. La ragione è semplice: il danno economico maggiore deriva dalla riduzione della partecipazione al lavoro e della produttività.

Nel 2021 il long Covid avrebbe ridotto di circa l’1% la forza lavoro effettiva nei Paesi OCSE ed europei, sommando assenze, riduzione delle ore lavorate, presenteismo e uscita dal mercato del lavoro. Sul PIL, questo si è tradotto in una perdita vicina all’1% nel 2021. Guardando in avanti, l’OCSE stima che il long Covid potrebbe continuare a sottrarre ogni anno tra lo 0,1% e lo 0,2% del PIL, per un valore fino a 135 miliardi di dollari annui nel prossimo decennio.

Questo passaggio è decisivo anche per interpretare la “spesa sanitaria” in senso lato. Se ci si limita ai bilanci dei servizi sanitari, si vede solo una parte del problema. Se invece si guarda al costo sociale complessivo, il long Covid emerge come una condizione cronica ad alto impatto macroeconomico, paragonabile, in termini di perdita di PIL, ad altre grandi patologie croniche.

Perché il long Covid costa così tanto

Il rapporto insiste su due concetti spesso trascurati: presenteismo e lavoro non retribuito.

  • Il presenteismo è la perdita di produttività di chi resta occupato ma lavora con fatigue, deficit cognitivi, peggior tolleranza allo sforzo o sintomi fluttuanti. È una quota di costo difficilmente visibile nei dati amministrativi, ma molto rilevante. In alcuni studi richiamati dall’OCSE, il presenteismo rappresenta più di due terzi del costo totale di produttività tra i lavoratori con sintomi persistenti.
  • L’altro capitolo è il lavoro non retribuito: cura familiare, attività domestiche, sostegno informale. Anche qui il long Covid produce una perdita economica reale, pur se non sempre contabilizzata. Secondo il rapporto, includere questa componente aumenta la stima complessiva delle perdite di produttività di circa il 15-20%. È un punto importante per la sanità territoriale e per l’assistenza infermieristica, perché significa che la malattia non incide solo sul consumo di cure, ma altera la tenuta delle reti familiari e di caregiving su cui molti sistemi di welfare continuano a reggersi.

Più domanda, ma ancora poca organizzazione

Qui il rapporto OCSE è piuttosto netto. Nonostante i progressi nella definizione e nel riconoscimento della condizione, la risposta dei sistemi sanitari resta disomogenea. Molti Paesi hanno linee guida cliniche, ma meno della metà dispone di percorsi assistenziali ufficiali. La maggioranza non ha un budget dedicato per la gestione del long Covid. La formazione specifica per i professionisti sanitari è ancora carente quasi ovunque. E in numerosi Paesi i servizi dedicati attivati durante la pandemia sono stati chiusi o ridimensionati.

Dal punto di vista della spesa, questo significa una cosa molto concreta: senza percorsi chiari, presa in carico integrata e criteri uniformi di diagnosi e follow-up, il costo rischia di essere più alto e meno efficiente. Un paziente che passa tra specialità diverse senza coordinamento, ripete esami, accede più volte ai servizi o resta a lungo senza un inquadramento funzionale adeguato è un paziente che aumenta sia la spesa diretta sia quella indiretta.

Il rapporto sottolinea che i pazienti con long Covid riportano esiti peggiori in termini di salute fisica e mentale e anche un’esperienza peggiore con il sistema sanitario, inclusa una minore fiducia e la più frequente necessità di ripetere informazioni che dovrebbero già essere presenti nei loro dati clinici.

Questo è un indicatore importante: il costo del long Covid non si misura solo in dollari o percentuali di PIL, ma anche in frammentazione assistenziale, duplicazione di attività e perdita di qualità percepita.

Non intervenire costa di più

La conclusione più solida del rapporto è probabilmente questa: il long Covid non può essere trattato come una coda residuale della pandemia. Anche con stime prudenti, continuerà a generare spesa sanitaria, perdita di produttività e domanda di servizi per anni. E il costo maggiore non è quello delle cure in sé, ma quello dell’insufficiente recupero funzionale, della mancata reintegrazione lavorativa e dell’assenza di modelli assistenziali coordinati.

Per questo l’OCSE insiste su alcune priorità: prevenzione, percorsi di cura strutturati, maggiore formazione dei professionisti, coordinamento tra sanità e protezione sociale, raccolta dati migliore e coinvolgimento dei pazienti nella definizione dei servizi.

Tradotto in termini economici, la questione non è soltanto “quanto costa curare il long Covid”, ma “quanto costa non organizzarsi per gestirlo bene”. Ed è qui che il tema smette di essere una semplice eredità del Covid e diventa un vero problema di sostenibilità sanitaria.