Infermieri italiani reclutati all’estero già durante gli studi

Scritto il 02/04/2026
da Redazione

Il reclutamento infermieristico in Europa si sta spostando sempre più a monte, fino a intercettare gli studenti prima della laurea. A riaccendere il tema è una recente inchiesta diffusa da Nursing Up, che segnala offerte e percorsi di inserimento rivolti a futuri infermieri italiani. Il dato più rilevante, però, è il contesto in cui questa dinamica si inserisce: in Italia la dotazione infermieristica resta sotto la media europea, la professione attrae meno candidati e il ricambio non tiene il passo dei bisogni assistenziali.

Il reclutamento si sposta prima della laurea

La novità non è soltanto la mobilità verso l’estero, fenomeno noto da anni, ma il momento in cui questa mobilità comincia. Secondo l’inchiesta sindacale, alcuni Paesi europei starebbero cercando personale infermieristico già durante il percorso universitario, trasformando la formazione italiana in un bacino di reclutamento anticipato. Nursing Up indica in particolare Germania, Norvegia e Svizzera tra le destinazioni più attive.

Al di là della singola denuncia, il quadro europeo rende questa dinamica plausibile e coerente con ciò che sta accadendo nei sistemi sanitari del continente. L’OCSE e la Commissione europea stimano che nel 2022 in Europa mancassero circa 1,2 milioni tra medici, infermieri e ostetriche; 15 Paesi dell’UE hanno segnalato carenze di infermieri e circa un quarto del personale infermieristico europeo ha più di 55 anni. In un mercato del lavoro così sotto pressione, la competizione per attrarre professionisti è destinata a intensificarsi.

L’Italia resta sotto la media

È qui che il dato italiano diventa decisivo. Il Country Health Profile 2025 indica che nel 2023 l’Italia contava 6,9 infermieri praticanti per 1.000 abitanti, contro una media UE di 8,4. Nello stesso documento si legge che il rapporto infermieri-medici è pari a 1,3, tra i più bassi nell’Unione, in un Paese che invece presenta una densità di medici superiore alla media europea.

Anche l’OCSE, guardando al confronto più ampio tra Paesi aderenti, conferma lo squilibrio: in Italia i medici praticanti sono 5,4 per 1.000 abitanti, mentre gli infermieri sono 6,9, contro una media OCSE di 9,2. Non si tratta quindi solo di una difficoltà di reclutamento, ma di una composizione della forza lavoro sanitaria che da anni resta sbilanciata.

Il problema, però, non nasce al momento della partenza verso l’estero. Nasce prima, quando la professione diventa meno attrattiva per chi dovrebbe sceglierla. Sempre secondo il Country Health Profile 2025, i laureati in infermieristica in Italia sono scesi a 16,3 per 100.000 abitanti nel 2022, meno della metà della media europea. Nello stesso periodo il rapporto tra candidati e posti disponibili è passato da 1,6 nel 2019 a 1,04 nel 2024, mentre l’abbandono al primo anno ha raggiunto circa il 15% nel 2022-2023.

Questo significa che il sistema non perde solo professionisti già formati: fatica anche a generare un flusso sufficiente di nuove leve. È un elemento cruciale, perché riduce il margine di tenuta del SSN proprio mentre aumentano cronicità, fragilità e domanda di assistenza sul territorio.

Dimissioni e pensionamenti in aumento

A confermare la fragilità del sistema sono anche i dati diffusi dalla Fondazione GIMBE. Nel triennio 2020-2022 hanno lasciato volontariamente il SSN 16.192 infermieri, di cui 6.651 nel solo 2022. Nello stesso comunicato si segnala inoltre che 42.713 infermieri si sono cancellati dall’albo negli ultimi quattro anni, con 10.230 cancellazioni registrate nel 2024.

Il fattore anagrafico rende il quadro ancora più delicato. Secondo GIMBE, nel 2022 quasi 78 mila infermieri dipendenti del SSN avevano più di 55 anni, pari al 27,3% del totale, mentre un ulteriore 22% era nella fascia 50-54 anni. In altre parole, alla riduzione dell’attrattività e alla perdita di personale si somma una consistente quota di professionisti vicini alla pensione.

Condizioni di lavoro e ricadute

Sul fronte economico il divario con altri Paesi pesa. GIMBE riporta che nel 2022 la retribuzione annua lorda di un infermiere italiano, corretta per parità di potere d’acquisto, era pari a 48.931 dollari, cioè 9.463 dollari in meno rispetto alla media OCSE. L’OCSE aggiunge che, in molti Paesi europei, gli infermieri guadagnano più del salario medio nazionale, mentre in Italia la retribuzione resta sostanzialmente allineata alla media del Paese.

Quando a questa distanza salariale si associano carichi elevati, turnistica gravosa, minori prospettive di carriera e una domanda assistenziale crescente, il richiamo dei sistemi esteri diventa più forte. Per questo il reclutamento anticipato non può essere letto come un episodio isolato, ma come l’effetto di una debolezza strutturale già visibile.

La questione non riguarda soltanto il mercato del lavoro professionale. Riguarda la capacità del SSN di garantire assistenza. GIMBE ricorda che nel 2024 gli over 65 rappresentavano il 24,3% della popolazione italiana e gli over 80 il 7,7%; già nel 2023 oltre 11 milioni di over 65 convivevano con almeno una patologia cronica e quasi 8 milioni con due o più patologie. In parallelo, sulla base di stime Agenas richiamate dalla fondazione, per rendere pienamente operative Case di Comunità, Centrali operative territoriali, Ospedali di Comunità e assistenza domiciliare serviranno tra 20.000 e 27.000 infermieri di famiglia o di comunità.

Il punto, quindi, non è soltanto quanti infermieri partano, ma quanto il sistema riesca a trattenerli e a sostenerne il ricambio. Se la competizione europea si sposta già dentro il percorso formativo, mentre in Italia restano bassi i numeri della dotazione, calano i candidati e cresce il peso dei pensionamenti, il rischio è che la formazione universitaria non riesca più a tradursi automaticamente in stabilità per i servizi. Ed è qui che la notizia assume un rilievo organizzativo, prima ancora che sindacale o mediatico.