Plasma ricco di piastrine (PRP) nei siti donatori di innesto cutaneo

Scritto il 30/03/2026
da Chiara Sideri

Nella chirurgia ricostruttiva, gli innesti cutanei a spessore parziale rappresentano una tecnica consolidata per il trattamento di traumi, ustioni, resezioni oncologiche e ulcere croniche. Se da un lato consentono una copertura efficace dei difetti cutanei, dall’altro lasciano aperta una criticità ben nota: il sito donatore. Dolore, sanguinamento, prurito e ritardo nella riepitelizzazione sono complicanze frequenti, spesso percepite dal paziente come più impattanti rispetto alla stessa area innestata. In questo contesto, cresce l’interesse verso strategie in grado di migliorare la guarigione e ridurre il discomfort postoperatorio. Tra queste, il plasma ricco di piastrine (PRP) sta attirando sempre più attenzione.

PRP: perché può fare la differenza nella guarigione

Il PRP è un emoderivato autologo ottenuto dal sangue del paziente, caratterizzato da un’elevata concentrazione di piastrine e fattori di crescita. Molecole come PDGF, TGF-β, VEGF ed EGF svolgono un ruolo chiave nei processi di angiogenesi, proliferazione cellulare e rigenerazione tissutale.

Queste proprietà hanno portato a un crescente utilizzo del PRP in diversi ambiti chirurgici, con l’obiettivo di migliorare la qualità della guarigione e ridurre le complicanze. Nel caso dei siti donatori di innesto cutaneo, l’ipotesi è che possa favorire una riepitelizzazione più efficace e una migliore esperienza per il paziente.

I risultati

I dati mostrano un quadro interessante, soprattutto nelle fasi iniziali del postoperatorio. I pazienti trattati con PRP hanno presentato una migliore qualità della cicatrizzazione già nei primi giorni, con punteggi più favorevoli alla Vancouver Scar Scale a 7 e 14 giorni rispetto al gruppo di controllo. Questo suggerisce un effetto positivo del PRP sulla fase precoce della guarigione.

Ancora più evidente è il dato sul dolore. A una settimana dall’intervento, i pazienti trattati con PRP riportavano valori significativamente più bassi, con una riduzione clinicamente rilevante rispetto al gruppo standard. Anche nelle valutazioni successive, il dolore risultava comunque inferiore.

Nel complesso, il PRP sembra quindi incidere soprattutto su due aspetti: una migliore qualità della guarigione nelle fasi iniziali e un maggiore comfort per il paziente.

Un punto importante riguarda l’interpretazione dei risultati. Lo studio non ha evidenziato una differenza significativa nella velocità complessiva di guarigione tra i due gruppi. In altre parole, il PRP non sembra accelerare il processo in senso stretto, ma piuttosto migliorarne la qualità nelle fasi iniziali.

Questo è un dato clinicamente rilevante: non sempre “guarire prima” coincide con “guarire meglio”. In questo caso, il beneficio sembra legato più alla qualità del tessuto e all’esperienza del paziente che alla rapidità assoluta del processo.

Limiti dello studio

Come spesso accade negli studi clinici, i risultati vanno interpretati con cautela.

Il campione è relativamente piccolo e lo studio non è randomizzato. Inoltre, le procedure chirurgiche sono state eseguite da operatori diversi, introducendo una possibile variabilità tecnica. Anche gli strumenti di valutazione utilizzati, come le scale cliniche, includono una componente soggettiva.

Questi elementi non invalidano i risultati, ma indicano la necessità di studi più ampi e controllati per confermare l’efficacia del PRP in questo contesto.

Cosa cambia davvero per la pratica clinica

Il messaggio che emerge è pragmatico. Il PRP non sembra rappresentare una soluzione “miracolosa” in grado di accelerare drasticamente la guarigione, ma può diventare un valido supporto per migliorare la qualità del processo e ridurre il dolore. Per i professionisti sanitari, questo si traduce in un possibile miglioramento dell’esperienza del paziente, soprattutto nelle prime fasi postoperatorie, che sono spesso le più critiche.

Il PRP appare sicuro e potenzialmente utile come trattamento aggiuntivo nella gestione dei siti donatori. Tuttavia, per definirne con precisione il ruolo, saranno necessari studi randomizzati su larga scala e protocolli standardizzati.

Nel frattempo, resta uno strumento interessante, da valutare in modo critico ma aperto, soprattutto nei contesti in cui il controllo del dolore e la qualità della cicatrizzazione rappresentano una priorità.