Infezioni del tratto urinario: le raccomandazioni EAU

Scritto il 27/01/2026
da Chiara Sideri

Le infezioni urologiche rappresentano una delle principali cause di prescrizione antibiotica e di accesso ai servizi sanitari, in particolare in ambito territoriale e nei setting a media intensità di cura. Non si tratta solo di un problema di frequenza, ma di appropriatezza: una quota rilevante di trattamenti viene avviata in assenza di una reale indicazione clinica, contribuendo alla diffusione dell’antibiotico-resistenza. È in questo contesto che si inserisce l’aggiornamento 2024 delle linee guida della European Association of Urology (EAU), pubblicato su European Urology, che introduce raccomandazioni più stringenti e orientate alla sostenibilità delle cure, con ricadute concrete anche per la pratica infermieristica.

Perché le infezioni urologiche sono una priorità clinica

Le infezioni del tratto urinario (UTI) comprendono un ampio spettro di condizioni cliniche, che va dalla cistite non complicata fino alle infezioni urinarie complicate e all’urosepsi.

La loro elevata incidenza le rende un banco di prova quotidiano per il sistema sanitario, soprattutto nei contesti in cui la pressione assistenziale è elevata e il tempo decisionale ridotto.

Le linee guida EAU sottolineano come il nodo critico non sia solo la diffusione delle UTI, ma il modo in cui vengono diagnosticate e trattate. In particolare, l’affidamento eccessivo a esami di laboratorio, scollegati dal quadro clinico, ha favorito negli anni un uso estensivo e spesso inappropriato degli antibiotici.

Questo approccio, apparentemente prudenziale, si è rivelato controproducente, perché accelera la selezione di microrganismi resistenti e riduce le opzioni terapeutiche future.

Le linee guida rafforzano un principio che dovrebbe essere centrale nella pratica quotidiana: la diagnosi di infezione urologica è prima di tutto clinica. La presenza di batteri nelle urine, in assenza di sintomi, non equivale a un’infezione e non giustifica automaticamente l’avvio di una terapia antibiotica.

In questo senso, la gestione della batteriuria asintomatica rappresenta uno dei passaggi più rilevanti delle nuove raccomandazioni. Le EAU confermano che il trattamento non è indicato nella maggior parte dei casi, fatta eccezione per situazioni specifiche come la gravidanza o alcune procedure urologiche invasive.

Si tratta di un chiarimento fondamentale, perché la batteriuria asintomatica è ancora oggi una delle principali cause di prescrizione antibiotica non necessaria, soprattutto nei pazienti anziani e nei soggetti istituzionalizzati.

Un altro elemento centrale è la distinzione precoce tra infezioni non complicate e infezioni complicate. La presenza di cateteri urinari, anomalie anatomiche, comorbilità rilevanti o condizioni di immunodepressione modifica in modo sostanziale il percorso diagnostico e terapeutico. Le linee guida invitano a superare approcci standardizzati e a costruire decisioni cliniche basate sul profilo di rischio del singolo paziente.

Sul piano terapeutico, le EAU ribadiscono che non esiste un antibiotico “di prima scelta” valido per tutte le UTI. La selezione del trattamento deve tenere conto della sede dell’infezione, della gravità clinica e dei pattern locali di resistenza, privilegiando molecole a spettro mirato e durate di terapia quanto più brevi ed efficaci possibile. La rivalutazione clinica precoce e l’eventuale de-escalation terapeutica diventano elementi centrali del percorso di cura.

Implicazioni pratiche per infermieri e professionisti sanitari

Le nuove raccomandazioni EAU hanno un impatto diretto sull’assistenza quotidiana. La raccolta corretta del campione urinario non è un atto meramente tecnico, ma un passaggio determinante per evitare diagnosi errate e trattamenti inutili. Prelievi non indicati o eseguiti in modo non appropriato possono innescare un percorso clinico improprio, con conseguenze rilevanti per il paziente e per il sistema.

Particolare attenzione è dedicata alle infezioni associate a catetere urinario (CA-UTI). Le linee guida ribadiscono che il catetere rappresenta uno dei principali fattori di rischio per infezione e che la prevenzione passa innanzitutto da un uso appropriato del dispositivo e dalla riduzione della durata della cateterizzazione. La sola presenza di urine torbide o colonizzate, in assenza di segni e sintomi sistemici, non costituisce un’indicazione al trattamento antibiotico.

In questo contesto, il ruolo infermieristico è centrale non solo nella prevenzione, ma anche nella sorveglianza clinica, nell’educazione del paziente e nella valutazione della risposta alla terapia. La collaborazione multiprofessionale diventa uno strumento essenziale per tradurre nella pratica i principi di appropriatezza e stewardship indicati dalle EAU.

Stewardship antimicrobica e criticità ancora aperte

Le linee guida EAU confermano che la stewardship antimicrobica non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana che coinvolge tutti i professionisti sanitari. Ridurre i trattamenti inutili, scegliere terapie mirate e rivalutare precocemente il paziente sono azioni concrete per contrastare l’antibiotico-resistenza.

Restano tuttavia alcune criticità, legate alla variabilità dei contesti assistenziali e alla necessità di una formazione continua. L’implementazione delle raccomandazioni richiede protocolli condivisi, audit clinici e un investimento costante sulle competenze, soprattutto nei setting a maggiore complessità assistenziale.