Un anno fa, Codogno

Un anno fa, Codogno

Scritto il 20/02/2021
da Giordano Cotichelli

Ad un anno da Codogno, per ricordare tutti insieme, senza settarismi identitari o corporativismi meschini, credo che, come infermieri, come lavoratori, come cittadini e come donne e uomini liberi, dobbiamo ricordare che la salute e il mantenimento della stessa non possono dipendere dal numero di sanitari, dal loro sacrificio, dalle spese folli nel rincorrere questo o quel macchinario diagnostico-terapeutico all’avanguardia, di cui poi beneficerà solo qualche chiacchierone in fuga dal suo resort da nababbo verso una clinica per nababbi. La salute dipende da tutti noi che siamo componenti della società umana. Meglio siamo istruiti e retribuiti più facilmente riusciremo a tutelarla. Più sicuri sono i posti di lavoro e agevoli le abitazioni, meno la disabilità e la cronicità troveranno alloggio. Più sarà equa e giusta l’assistenza e la cura, meno diseguale sarà la vita.

Se la giornata del 20 febbraio è qualcosa di più di una medaglia

Un anno fa, Codogno. Qualcuno ancora stava scherzando con il nome di una città cinese – Wuhan - sconosciuta e lontana migliaia di chilometri che, nel giro di pochi giorni, una parola molto più italiana è diventata tristemente familiare. Poi c’è stato marzo, poi Bergamo, Brescia, Cremona, la Val Seriana e i camion mimetici dei militari con i loro carichi di lutti umani.

Covid-19 entrò violentemente nelle nostre vite, nelle nostre case e ci chiuse dentro, prigionieri di un incubo in cui siamo ancora immersi, dopo quasi 100.000 morti e prossimi ai tre milioni di contagiati. Qualcuno ancora ricorda i servizi dei tg che, dalla profonda provincia lombarda e veneta, mostravano militari lungo strade e stradine mentre trasformavano piccole città in aree da zona rossa, come a L’Aquila nel 2009, o a Genova, durante il G8 nel 2001, o in qualche altra occasione. Un anno fa non ci fu il tempo di capire.

Dopo poco, tutta l’Italia diventò zona rossa, in una chiusura generale e inevitabile, per tamponare l’ondata violenta di una pandemia che virologi, infettivologi, epidemiologi e molti altri addetti ai lavori sapevano da tempo sarebbe arrivata. E sapevano anche, o meglio, temevano, quello che accade in tutte le pandemie, che la diffusione del contagio dipende dal virus, ma viene favorita dalle tante falle e dalle tante fragilità e dalle tante falsità del sistema. E il sistema Italia si è presentato alle porte del 2020 fragile, fallato e falso, ma nonostante tutto non è fallito.

A riconoscimento di questo grande sforzo la giornata del 20 febbraio, con la legge 155 dello scorso novembre, è stata dedicata in omaggio agli operatori sanitari, socio-sanitari e del volontariato, per sottolineare e ricordare lo sforzo sostenuto. Un bel gesto, onorevole, storico e celebrativo come la moneta da due euro coniata anch’essa per l’occasione pandemica.

Onorificenze culturali che segnano epoche e storie, ma che non possono essere esclusiviste di questa o quella professione. L’anniversario della pandemia che ha investito per prima l’Italia, riporta indietro ai giorni più drammatici di allora, sostenuti non solo dallo sforzo di noi operatori, ma di tutti i cittadini e da tante nazioni, tantissimi oriundi italiani sofferenti per la terra dei loro padri e da tantissimi stranieri che hanno voluto sentire un paese piccolo e lontano meno straniero in un momento in cui, da ogni dove, è prevalsa la solidarietà.

Ed allora, se ha un senso dedicare una giornata ad alcune categorie specifiche di operatori, riconoscendone meriti e valori, sacrifici e disperazione, è doveroso che questo gesto sia contraccambiato sullo stesso piano dell’immaginario sociale, dell’impegno civile, della rivendicazione politica e della solidarietà umana

Se la giornata del 20 febbraio è qualcosa di più di una medaglia da attaccare ad un petto sofferente, allora deve esser il segno di appartenenza degli operatori ad una società umana lungo una reciprocità inevitabile verso gli insegnanti, ad esempio, o verso gli autisti che non sono stati raffigurati in nessun murales, ma che hanno visto la paura e l’angoscia dei loro cari la sera quando tornavano dal lavoro.

Verso le cassiere e le donne delle pulizie che non ce la fanno più. Verso gli operai che hanno perso il lavoro (fra i tanti la Whirlpool di Napoli). E verso le donne segregate dallo smart working e verso chi ha perduto i propri cari, per il Covid e a causa di una pandemia che tracima anche nelle malattie sociali, nelle disuguaglianze nella salute, nelle iniquità di sistema.

Ecco se ha senso una giornata per noi operatori questo deve essere lungo la consapevolezza che siamo degli indicatori sociali, di una comunità umana tutta cui si appartiene e si è devoti in termini di impegno sociale. Se si pensa ai tanti colleghi morti è giusto ricordare tutte le vittime di quest’anno infame, morti di Covid oppure di infarto, perché troppo spaventati per andare al Pronto soccorso. Oppure “banalmente”, morti di freddo, come capita agli ultimi della terra ogni inverno.

Personalmente non amo in maniera particolare feste e ricorrenze, fatta eccezione per il 1° maggio ed il 25 aprile, che considero fondative e valoriali di questa società in cui viviamo. Ogni altra ricorrenza rischia sempre di essere particolaristica, rituale, di maniera e, come piace ripetere a qualche chiacchierona romana, divisiva.