Accesso intraosseo in degenza ordinaria

Scritto il 28/05/2026
da Chiara Sideri

L’accesso intraosseo è una tecnica consolidata nei contesti di emergenza, urgenza e rianimazione, soprattutto quando l’accesso venoso periferico non è rapidamente disponibile. Meno chiaro è il suo possibile ruolo nei reparti di degenza ordinaria, dove il deterioramento clinico improvviso può richiedere interventi tempestivi, ma dove protocolli, formazione e indicazioni operative risultano ancora poco strutturati. Una scoping review italiana intende mappare le evidenze disponibili e aprire una riflessione sul governo clinico di questa procedura fuori dalle aree critiche.

Quando il problema è la via di somministrazione

intraossea

Nelle emergenze cliniche il tempo non riguarda soltanto la diagnosi o la decisione terapeutica. Riguarda anche la possibilità concreta di somministrare rapidamente farmaci, fluidi e terapie necessarie.

L’accesso endovenoso periferico resta la via preferenziale nella pratica clinica ordinaria e nei percorsi di emergenza. Tuttavia, nei pazienti critici o in rapido deterioramento può non essere immediatamente reperibile:

possono rendere complesso ottenere un accesso venoso in tempi utili.

In questi scenari, il ritardo nell’accesso vascolare può diventare un ritardo terapeutico. È qui che si inserisce l’accesso intraosseo, una tecnica che utilizza la cavità midollare dell’osso come via di accesso al circolo sistemico.

Il punto aperto

Il paziente ricoverato in degenza ordinaria può andare incontro a un peggioramento improvviso delle condizioni cliniche. Può sviluppare:

In questi casi, la tempestività della presa in carico dipende da molti fattori: riconoscimento precoce, attivazione del team di emergenza intraospedaliera, monitoraggio, disponibilità di competenze e dispositivi, comunicazione tra professionisti e accesso rapido alla terapia.

Il problema è che la degenza ordinaria non è costruita come una terapia intensiva o un pronto soccorso. Ha organizzazione, dotazioni, competenze e flussi diversi. Proprio per questo l’eventuale utilizzo dell’accesso intraosseo in reparto pone una domanda importante: può essere una risorsa anche nel deterioramento clinico intraospedaliero fuori dalle aree critiche?

Al momento, secondo il protocollo pubblicato su Scenario, non è chiaro quanto l’accesso intraosseo venga utilizzato nei reparti ordinari né quanto possa essere utile in questo specifico contesto assistenziale.

La scoping review

Il lavoro pubblicato su Scenario è un protocollo di scoping review. Questo significa che non presenta ancora risultati conclusivi, ma descrive il metodo con cui verranno ricercate, selezionate e analizzate le evidenze disponibili.

La domanda principale è: quali evidenze esistono sull’utilizzo dell’accesso intraosseo nei pazienti con deterioramento clinico ricoverati nei reparti di degenza ordinaria?

Gli autori intendono esplorare anche quesiti secondari: quali vantaggi sono descritti, quali svantaggi emergono e quali operatori sanitari utilizzano l’accesso intraosseo in questo contesto.

In particolare, la revisione si concentra su tre elementi:

  1. i pazienti ricoverati in reparti ordinari che vanno incontro a un improvviso deterioramento clinico
  2. l’impiego dell’accesso intraosseo come via per somministrare farmaci e/o liquidi
  3. il contesto della degenza ordinaria, dove la gestione dell’urgenza può richiedere strumenti, competenze e protocolli specifici

Il nodo infermieristico

Nei reparti ordinari, il personale infermieristico è spesso il primo a rilevare un cambiamento clinico: variazioni dei parametri vitali, alterazione dello stato neurologico, peggioramento respiratorio, segni di shock, riduzione della perfusione periferica, deterioramento improvviso o percezione clinica di instabilità.

L’eventuale introduzione dell’accesso intraosseo nei percorsi di emergenza intraospedaliera richiederebbe quindi una riflessione non solo tecnica, ma professionale.

Servono criteri chiari su:

  • quando considerare l’accesso intraosseo
  • dopo quanti tentativi falliti di accesso EV
  • in quali condizioni cliniche
  • con quali dispositivi
  • quali professionisti possono posizionarlo
  • quale formazione è richiesta
  • come documentare la procedura
  • come monitorare il sito di inserzione
  • quando rimuovere l’accesso
  • come gestire eventuali complicanze

Senza questi elementi, il rischio è duplice: da un lato non utilizzare una procedura potenzialmente utile nei casi tempo-dipendenti; dall’altro introdurla in modo disomogeneo, senza adeguato controllo del rischio.

Una questione di appropriatezza

L’accesso intraosseo è una procedura tecnica, ma il problema che solleva è soprattutto organizzativo. Riguarda la capacità dei reparti di rispondere al deterioramento clinico, la formazione del personale, la standardizzazione delle procedure, la disponibilità dei dispositivi e il raccordo tra degenza ordinaria, team di emergenza e aree critiche.

Per questo il tema non va letto come semplice estensione di una tecnica già usata in pronto soccorso o in rianimazione. Va letto come una domanda di appropriatezza: in quali pazienti, in quale momento, da parte di quali professionisti e con quale livello di sicurezza?

La scoping review proposta dagli autori ha il merito di portare questa domanda in un contesto ancora poco esplorato. Non offre risposte definitive, ma individua un’area di ricerca concreta e rilevante per la pratica clinica.

In una sanità in cui i reparti ordinari gestiscono pazienti sempre più complessi, il deterioramento clinico non può essere affrontato solo quando diventa arresto cardiaco o trasferimento urgente. Deve essere intercettato prima, governato meglio e sostenuto da competenze, strumenti e protocolli adeguati.