Rifiuto emotrasfusione da parte di Testimone di Geova

Rifiuto emotrasfusione da parte di Testimone di Geova

Scritto il 30/09/2019
da Giacomo Sebastiano Canova

La complicata questione del rifiuto alla somministrazione di emotrasfusioni da parte degli appartenenti ai Testimoni di Geova rappresenta un ambito molto delicato, soprattutto quando le condizioni di colui che non accetta la trasfusione sono serie e la non trasfusione potrebbe portare a gravi complicanze per il paziente. Qualora un paziente appartenente ai Testimoni di Geova rifiuti la somministrazione di sangue ed emoderivati, il personale sanitario si trova a dover far fronte ad alcuni principi fondamentali che guidano la professione. La scelta può non essere facile e tutt’oggi sono presenti forti dubbi in merito, poiché mentre è vero che talvolta si può far fronte a tale rifiuto (autotrasfusione, operazione chirurgica senza trasfusioni), vero è anche che in talune condizioni non è possibile affrontare questa problematica con la giusta calma che servirebbe. In urgenza, per esempio, può non esserci tutto il tempo necessario per programmare le azioni da seguire assieme al paziente, così come il consenso informato talvolta non può essere raccolto. Come comportarsi in questi delicati casi rappresenta dunque una sfida per il personale sanitario, che è chiamato a decidere quale sia il limite entro il quale rispettare il consenso informato.

Consenso informato alla trasfusione di sangue, una questione controversa

Un punto rilevante della questione è quello del consenso informato, atto necessario prima di ogni procedura che si opera su un paziente.

Il consenso informato serve per documentare la corretta comunicazione al paziente circa la procedura che si sta per mettere in atto e di tutti i rischi e benefici che ne seguiranno.

Il consenso informato deve rispettare alcuni requisiti:

  • Personale: non può essere previsto un consenso informato a più persone, ma il consenso è da riferirsi solo ed esclusivamente ad un paziente. Inoltre, deve essere adattato alle sue capacità intellettive e di comunicazione, essendo sicuri che il paziente abbia compreso tutte le informazioni comunicate.
  • Informato: il paziente deve essere informato dal personale sanitario sulla natura della prestazione, le motivazioni del suo svolgimento, le modalità operative e sui rischi e benefici che ne seguono. Non è un consenso informato, ad esempio, “dobbiamo eseguire un’appendicectomia”, senza aggiungere tutte le informazioni elencate precedentemente.
  • Revocabile: in qualsiasi momento del percorso di cura il paziente deve essere in grado di poter revocare il suo consenso alla procedura in questione, in quanto il consenso non è vincolante tout court, bensì rappresenta la forma di un consenso contestuale e momentaneo, dal quale il paziente in qualsiasi momento può tornare indietro.
  • Autentico: le informazioni che si comunicano al paziente devono essere veritiere e complete.

Gli articoli 13 e 32 della Costituzione Italiana definiscono il principio di libertà dell’individuo e sottendono il principio secondo il quale il consenso informato possa essere espresso anche oralmente.

In alcuni casi, però, la legge prevede che sia espresso per iscritto: è il caso dell’interruzione volontaria di gravidanza, del testamento, della sperimentazione farmacologica, del test HIV e della somministrazione di trasfusioni ematiche.

Rifiuto all’emotrasfusione, il punto di vista giuridico

Come citato precedentemente, l’Art. 4 del D.M. 1/9/1995 stabilisce che quando vi sia un pericolo imminente di vita, il medico può procedere a trasfusione di sangue anche senza consenso del paziente.

Pertanto, qualora il paziente si presenti in gravissime condizioni di salute tali da far configurare un vero e proprio “stato di necessità” (Art. 54 C.P.) a causa della presenza di un pericolo reale di vita attuale e non altrimenti evitabile, l’intervento terapeutico del personale sanitario diviene obbligato, pure in assenza del consenso.

È bene sottolineare come, in questo caso, si parli non di un semplice criterio prognostico potenziale, bensì di una constatazione obiettiva, dimostrabile e/o ragionevolmente presunta, che consente l’effettuazione della trasfusione di sangue nel rigoroso rispetto di quanto prescritto dal terzo comma dell’art. 4 DM 1/9/1995.

Dopo aver effettuato i trattamenti salvavita si rende inoltre necessario illustrare in modo particolareggiato sulla cartella clinica le condizioni che hanno determinato lo “stato di necessità”.