L’infermiere in SPDC

L’infermiere in SPDC

Scritto il 11/12/2020
da Redazione

Rispondere alla domanda su quale siano le competenze e il campo d’azione dell’infermiere in un Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura (SPDC) è tutto fuorché semplice, perché in un SPDC c’è tanto da dover sapere, dover fare, dover capire, dover accettare. Sono approdata nel mondo della salute mentale dopo un’esperienza nell’immediato post-laurea durata 13 mesi in cui ho lavorato come infermiera a Dublino presso un grande ed importante ospedale pubblico. Tornata in Italia, il cui richiamo era troppo forte, non è servito molto tempo perché mi lasciassi affascinare dall’ambito della salute mentale.

Sono infermiera di SPDC da 2 anni e ve ne parlerò senza troppi filtri

In una U.O.C di Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura (SPDC) è importante la motivazione del personale a cui fa seguito la sua formazione, la sua esperienza, la sua predisposizione personale, la sua volontà e la capacità di team working, che è fondamentale per prendere decisioni tempestive focalizzate sull’assistito e sull’esigenza presente per aiutarlo nel suo disagio acuto e per difendere l’incolumità, sua e dei membri del team che spesso subiscono violenze fisiche o verbali.

Si tratta di momenti tanto delicati durante i quali non bisogna permettere che i sentimenti interferiscano con la professionalità; bisogna accettare il paziente che ci troviamo di fronte così com’è e per farlo è necessario apprendere delle tecniche, dei comportamenti e delle posture che possono trasmettere partecipazione, ascolto e voglia di aiutarlo. Leggere il non verbale e mostrarsi calmi e pacati, non ignorare i sentimenti di qualsiasi tipo essi siano, mantenere la comunicazione sempre fluida e centrata sul problema che in quel momento il paziente sta esternando e tutto questo deve trovare come punto di partenza un self-assessment in cui bisogna chiedersi: posso lasciare fuori dal reparto le mie preoccupazioni, i miei disagi fisici, la lite di ieri sera col mio compagno o con mio fratello? Posso aiutare realmente il paziente oggi e terminare il mio turno con la contentezza di aver aiutato una persona sofferente? Posso evitare di essere giudicante? Ricordi che il tuo compito è quello di tutelare il paziente ed al contempo mantenere distensione, serenità e fronteggiare situazioni di escalation in maniera efficiente? Ricordi che è il Codice Deontologico della tua professione a fissare le norme dell’agire professionale dell’infermiere e a definire i principi guida che strutturano la relazione in cui si svolge la relazione con l’assistito, nel rispetto dei valori culturali, etnici, sessuali, ideologici, religiosi?

Se la risposta è , puoi iniziare il turno in maniera positiva e puoi star certo che i pazienti lo percepiranno. Aiutare un paziente psichiatrico significa capire il trigger che ha dato l’avvio alla problematica, ma anche ascoltarlo rispettando i suoi tempi, usare empatia, stabilire una relazione d’aiuto così da permettergli di fidarsi di te, per facilitare lo stabilirsi di una relazione interpersonale che sia favorevole per entrambi, sottolineare l’importanza della compliance, soddisfare quanti più bisogni dell’utente. E ancora: fare da filtro tra il paziente e i familiari che spesso si colpevolizzano circa la situazione in cui il loro caro si trova. Spesso ci si trova in situazioni di imminente pericolo, perché il paziente è in preda ad un delirio che può accompagnarsi ad uno stato di importante agitazione psicomotoria; in questi momenti diventa fondamentale lavorare in team, mostrandosi pronti ad ascoltare le motivazioni, le paranoie, i dubbi, le paure del paziente.

Bisogna essere organizzati, capirsi con un semplice sguardo e fare affidamento su quel membro del gruppo che ha “maggiore feeling” con quel paziente (è una cosa che succede sistematicamente perché i pazienti si avvicinano, si aprono, chiacchierano e si raccontano con il membro dello staff che più gli trasmette serenità, calma, magari perché ha una età simile alla sua o semplicemente per sensazioni “a pelle”), sia che esso sia un infermiere, un medico, un oss o il coordinatore.

Non ci sono mai due turni uguali, perché tutto può essere imprevedibile, in qualsiasi momento della giornata. Quindi ecco come appare lampante la necessità propria del team, di un’associazione di saper fare operativi, conoscenze (generali e tecniche), anche un saper fare sociale, relazione e di intelligenza emotiva. Insomma, competenze trasversali.

A mio avviso molto importante è aumentare il quoziente di intelligenza emotiva, non solo al lavoro, ma anche nella vita quotidiana di noi tutti così da migliorare le capacità di relazione con lo scopo ultimo di creare cooperazione, collaborazione, unione, serenità, ridurre gli attriti e lavorare in maniera funzionale con l’utente. Per chiarire meglio cosa si intenda con “intelligenza emotiva”, mi rifaccio alle parole dello psicologo di fama mondiale Daniel Goleman, che la definiva come la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri e di saper gestire le emozioni in modo più efficace.

Cosa sono i disturbi mentali

I disturbi mentali si distinguono per la presenza di pensieri, comportamenti e stati d’animo insoliti che provocano alla persona un disagio. Vi sono tante differenti categorie dei disturbi, come ad esempio: disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbi ossessivi-compulsivi, disturbi del neurosviluppo, disturbi psicotici, disturbi del sonno, disturbi alimentari, disturbi dissociativi e così via.

Questi disturbi possono essere categorizzati ed organizzati secondo delle importanti opere: ICD-10 e cioè “L’International Classification of Disease della World Health Organization oppure Il DSM-5 “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder dell’American Psychiatric Association, nato nel 1952 ma diffusosi a partire dalla terza edizione nel 1980 (DSM-III); è un progetto ambizioso con il difficile obiettivo di applicare alla psichiatria una metodologia di classificazione il più possibile condivisa per esigenze epidemiologiche, statistiche e cliniche, integrando e uniformando a livello globale quelle conoscenze che prima erano in balia di frammentarie e multiformi scuole di pensiero.

Il testo, nelle sue successive versioni, è andato incontro a tentativi di miglioramento, sempre in sintonia con la ricerca internazionale, ma al tempo stesso con attenzione verso le esigenze e le multiformità culturali di una società aperta e multietnica.

Alcuni esempi

Un paziente in stato depressivo (condizione piuttosto diffusa, diagnosticabile quando una persona si sente afflitta, preoccupata, labile, perde piacere nello svolgere attività quotidiane, triste, ha scarsa autostima, sensi di colpa, irritabilità ed intolleranza verso gli altri) può condurre una vita in serenità, nel pieno delle proprie forze, lavorando, accudendo una famiglia con il giusto supporto di professionisti adeguati (psichiatri, psicoterapeuti, psicologi, counsellor), terapia farmacologica (prescritta da uno psichiatra) e il fondamentale supporto morale di familiari, amici, colleghi.

I disturbi dell’umore sono invece caratterizzati da oscillazioni timiche con momenti di euforia (chiamata mania) e momenti di depressione; esistono 4 diversi tipi di disturbi bipolari, che hanno caratteristiche un po’ differenti l’uno dall’altro e le persone che ne sono affette sono predisposte a fare tutto, l’importante è una corretta gestione dello stile di vita, corretta alimentazione, corretta assunzione della terapia farmacologica e terapia cognitivo- comportamentale.

Sapete quanti personaggi famosi, di ieri e di oggi, sono affetti da questo tipo di disturbo? Ve ne cito alcuni: Virginia Woolf (scrittrice), Vincent Van Gogh (pittore), Caravaggio (pittore), Ludwig Van Beethoven (musicista), Michelangelo (pittore), Leo Nikolayevitch Tolstoy (scrittore), Napoleone Bonaparte (condottiero), per arrivare ai giorni d’oggi: Demi Lovato (cantante), Robin Williams (attore), Tim Burton (regista) e tanti altri ancora. Lo avreste mai immaginato? Non sono dati che dovrebbero stupire, perché questo disturbo ha un’incidenza dell’1,2% nel sesso maschile e dell’1.8% nel sesso femminile.

Nel corso degli anni si sono susseguiti tanti e tanti studi scientifici, oltre a tanti film e libri, per capire se ci sia una correlazione tra malattia mentale, follia e genialità. Gli scienziati di tutto il mondo si sono sempre chiesti come funzionino i cervelli dei “geni”. Per capirlo, un team di psicologici svedesi del Karolinska Institute ha usato un registro con 1,2 milioni di pazienti psichiatrici e ha scoperto che le persone che lavorano in settori creativi tra cui fotografi, ballerini, ed autori avevamo l’8% in più di probabilità di vivere con un disturbo psichiatrico come la schizofrenia o il distrurbo bipolare.

Un tuffo nella storia

Prima della Legge 180/1978 “Legge Basaglia”, i malati con disturbi psichici erano considerati irrecuperabili e pericolosi socialmente, pertanto venivano allontanati dalla società, emarginati e relegati nei manicomi.

Il primo successo della spettacolare Legge Basaglia risiede nella chiusura dei manicomi che ha permesso di restituire dignità alle persone che devono essere considerate come tali: persone al centro di un processo di valorizzazione, diagnosi, cura, terapie di ascolto e farmacologiche, inclusione nel sociale e nel mondo lavorativo.

Prima di Basaglia tantissime donne sono state internate solo per volontà di un uomo. Le donne adultere, prostitute, emancipate, ribelli, lesbiche, ragazze madri, venivano considerate come “anomalie della femminilità da rinchiudere”. La Legge 180/78 ha messo la parola fine a questi orrori e ha permesso a uomini e donne di continuare la propria vita in libertà e secondo un processo di cure integrate in ambiti di multidisciplinarità.

Chi soffre di un disturbo mentale è annientato dalla sua stessa sofferenza

Chi soffre di un disturbo mentale è una persona annientata dalla sua stessa sofferenza, ammalata in una parte di sé che è intangibile, perde la sua capacità di chiedere aiuto e spesso anche di accettarlo.

Perché non si riesce a superare lo stigma della psichiatria che da sempre è stata vista come una branca della medicina di secondo livello, una branca a cui non si danno fondi, non si fanno tantissimi corsi di aggiornamento/formazione quando invece servirebbero come il pane?

Credo che questo risieda sia nei “pochi guadagni” che la salute mentale dà alle aziende ospedaliere; questo, probabilmente, non dà lo stimolo giusto ad una azienda ospedaliera per investire in formazione per il personale, personale aggiuntivo, corsi di varia natura ed attività per i pazienti (musicoterapia, arte terapia, gruppi di scambio di vissuti personali, colloqui individualizzati con psicologici od educatori). Ma devo dire che c’è un’altra motivazione che non fa superare tale stigma e che risiede nella paura o, se volete, scarso interesse delle persone a conoscere il mondo della salute mentale.

Tutt’ora, nel 2020, ascolto frasi del tipo: preferisco una malattia del corpo e non una della mente, oppure: oddio, ma quella persona è matta!. Mi chiedo, cosa significa essere matti? Chi stabilisce il giusto e lo sbagliato? Chi stabilisce la normalità dall’anormalità? Chi determina la follia?

Quindi, da questo si desume che tutti gli artisti, i personaggi famosi, atleti, fotografi che vivono “sopra le righe” sono matti? Non facciamo confusione. Ci sono tante persone che soffrono in maniera tangibile a causa di patologie mentali, ma bisogna partire da un principio di fondo: vi sono tantissime patologie mentali che a loro volta hanno infinite sfaccettature ed una più profonda sofferenza a cui spesso si associano altre condizioni o altri sintomi aggravanti il quadro.

Per queste persone c’è bisogno di determinare una rete multidisciplinare solida e che dia un rapido aiuto alla persona che spesso ha difficoltà economiche, situazioni familiari difficili o vissuti esistenziali carichi di sofferenze, abusi, violenze, abbandono.

La patologia mentale è silente, insidiosa, spesso associata a comorbilità che aggravano lo stato di salute generale del paziente, ma ci sono cure adeguate e svariate per tutti i pazienti.

Spero che queste riflessioni possano permettere un’apertura mentale, possa aiutare a capire che non bisogna temere una persona cara o un familiare se è affetto da un disturbo psichiatrico, perché dopo anni di studi, valutazioni, ricerche in ambito farmacologico e grazie a strutture ospedaliere dove lavorano medici ed infermieri appositamente formati, preparati, pronti ad aiutare un paziente proprio come tutti i professionisti fanno, ogni disturbo può essere eliminato o minimizzato.

Cambiate il modo di guardare un paziente affetto da un disturbo mentale, guardatelo con gli stessi occhi con cui guardereste un paziente oncologico, un paziente neurologico e così via. Tutti i malati hanno la stessa dignità, gli stessi diritti, la stessa voglia di farcela, di sopravvivere, di riabbracciare le persone amate, di tornare ad essere libere dalla malattia

Articolo a cura di Camilla Cetola - Infermiera