L'OSS nell'assistenza a persone con disturbi mentali

L'OSS nell'assistenza a persone con disturbi mentali

Scritto il 27/11/2020
da Redazione

L’assistenza in salute mentale è un percorso abbastanza lungo che implica, soprattutto, un'attenta analisi dei comportamenti e delle manifestazioni esteriori. Atteggiamenti che, non sempre, sono specifici e quindi direttamente riconducibili ad una determinata patologia, ma che possono essere anche comuni ad altri disturbi. L'OSS può avere un ruolo rilevante proprio nel processo di osservazione di questi comportamenti, essendo una delle figure a più stretto contatto con il paziente. Trascorre molto tempo con lui e ne condivide la quotidianità. Ma l'osservazione non è un'attività semplice, scontata. Si deve apprendere. Bisogna sapere cosa osservare e in che modo; bisogna prestare attenzione ai dati concreti, oggettivi, senza farsi fuorviare da preconcetti personali. Non bastano i buoni propositi e le buone intenzioni, occorrono soprattutto preparazione e una continua formazione.

Ruolo dell’operatore socio sanitario nell’assistenza in salute mentale

L'Oss deve sapere ascoltare e apprendere per capire quando e come agire nei confronti dell'assistito

La malattia mentale è una condizione di sofferenza che si protrae nel tempo ed è caratterizzata da elevati livelli di intensità. Incide in maniera negativa sulla qualità di vita delle persone che ne sono affette, rendendole incapaci di autodeterminarsi e autogestirsi. Chiunque nel corso della propria esistenza può sperimentare uno stato di disagio mentale.

Situazioni particolarmente stressanti come la perdita di una persona cara o la fine di una relazione; eventi traumatici improvvisi come un disastro ambientale, un terremoto, una pandemia; preoccupazioni di carattere economico e di mancanza di prospettive per il futuro, possono provocare disagi psichici.

Quando però il dolore e le preoccupazioni prendono il sopravvento e non si riesce più a ristabilire una condizione di equilibrio, il disagio può trasformarsi in una malattia. Prima che ciò avvenga, il cervello tenta in tutti i modi di dominare il malessere sopraggiunto, mettendo in atto una serie di strategie e meccanismi difensivi che si manifestano attraverso risposte comportamentali.

Si può reagire, ad esempio, adottando atteggiamenti di controllo, che spingono ad avere un'attenzione spasmodica su tutto quello che accade nel proprio ambiente di vita. Oppure con la rimozione del pensiero, provando cioè ad eliminare il ricordo dell'evento negativo, magari allontanandosi da luoghi e persone che altrimenti potrebbero rievocarlo. E poi con la regressione, ovvero con il ricorso a comportamenti infantili che mettono in risalto il grande bisogno di cure e di attenzioni; o ancora con l'isolamento, l'aggressività, l'iper-adattamento e tanti altri ancora.

L'uso eccessivo, prolungato, di questi meccanismi di difesa, in concomitanza con fattori genetici predisponenti, possono provocare la patologia. Ne è un tipico esempio l'ansia che, da elemento positivo, in quanto predispone all'attenzione per scongiurare pericoli imminenti, diventa un elemento negativo, il disturbo d'ansia.

Questo disturbo si genera appunto quando le preoccupazioni per il proprio futuro o per quello dei propri cari diventano incessanti, predominanti, fuori controllo. Le conseguenze sono molto rilevanti sotto l'aspetto psicologico, ma si riflettono anche sul piano fisico; si possono manifestare tremori, cefalea, disturbi del sonno, sudorazione eccessiva, perdita di equilibrio, difficoltà a respirare, battito cardiaco accelerato.

Un discorso diverso, invece, riguarda il disturbo psicotico che origina da lesioni di tipo organico o indotto da sostanze stupefacenti e farmaci. In questi casi, la compromissione di alcune aree del cervello determina un'alterazione, un malfunzionamento nei processi di trasmissione degli impulsi nervosi, provocando tra gli altri, effetti come deliri e allucinazioni, che portano chi li vive alla costruzione di un'errata percezione della realtà. Ovviamente, si possono riscontrare ripercussioni anche a livello fisico, come ad esempio agitazione psicomotoria, attacchi di panico, accelerazione del battito cardiaco, aggressività.

È chiaro che bisognerebbe intervenire fin da subito, già dai primi segnali, dai primi campanelli d'allarme che il corpo ci invia, senza aspettare che la situazione degeneri. Ma per poterlo fare occorrerebbe avere una maggiore coscienza di come la psiche influenzi il corpo e in che misura, oltre ad avere consapevolezza del fatto che l'organismo umano è un tutt'uno, un'entità fortemente interconnessa di corpo e mente, non semplicisticamente un'aggregazione di più parti. Non è immaginabile, infatti, che una parte possa essere avulsa dalle altre ed essere esaminata singolarmente; come non è pensabile che ciò che riguarda una delle sue componenti non si rifletta, inevitabilmente, su tutto il resto.

Pertanto, lo stato di salute mentale andrebbe preservato il più possibile, al pari di quello fisico, attraverso una maggiore attenzione, conoscenza e gestione delle emozioni. Del resto, sono le emozioni che determinano la nostra vita.

I sentimenti di rabbia, di frustrazione, di inadeguatezza influiscono negativamente sullo stato di salute generale; mentre le emozioni positive ci permettono di relazionarci con gli altri in maniera serena, ci spingono ad autorealizzarci e ci fanno vivere appieno la nostra esistenza.

Certamente l'educazione emotiva non ci mette al riparo dal rischio di contrarre una malattia, ma almeno ci fa superare quel senso di colpa, di impotenza, di vergogna, di cui la malattia mentale è ancora troppo ammantata. È molto difficile accettare un disturbo mentale. La patologia psichica è complessa, disarmante, impossibile da sostenere da soli e senza l'aiuto degli altri. Allo stesso tempo, però, è necessario compiere un grande sforzo per poterla accogliere. Fino a quando si continuerà a negarne l'esistenza, non sarà possibile muovere il primo passo, indispensabile, per poterla affrontare.

Il percorso di cura, che vede il coinvolgimento di più figure professionali specializzate, come medici, infermieri, psicologi ed educatori, si realizza attraverso la somministrazione di trattamenti farmacologici e psicoterapeutici. È un percorso abbastanza lungo che implica, soprattutto, un'attenta analisi dei comportamenti e delle manifestazioni esteriori. Atteggiamenti che, non sempre, sono specifici e quindi direttamente riconducibili ad una determinata patologia, ma che possono essere anche comuni ad altri disturbi.

L'OSS può avere un ruolo rilevante proprio nel processo di osservazione di questi comportamenti, essendo una delle figure a più stretto contatto con il paziente. Trascorre molto tempo con lui e ne condivide la quotidianità. Ma l'osservazione non è un'attività semplice, scontata. Si deve apprendere. Bisogna sapere cosa osservare e in che modo; bisogna prestare attenzione ai dati concreti, oggettivi, senza farsi fuorviare da preconcetti personali.

Non bastano i buoni propositi e le buone intenzioni, occorrono soprattutto preparazione e una continua formazione. Per una relazione di aiuto efficace è fondamentale capire quale sia il bisogno dell'assistito in quel determinato momento, imparando ad interpretare i gesti, le espressioni facciali, la postura. È importante sapere come comportarsi, quale atteggiamento avere in quel frangente, ma anche essere pronti a modificarlo subito dopo. Bisogna sapere quando parlare e come.

Non bisogna fare l'errore di contraddire o deridere l'assistito quando racconta la "sua" realtà, anche se quella ricostruzione può sembrare bizzarra e improbabile. Bisogna saper smorzare l'aggressività con un comportamento pacato, rassicurante, usando un tono di voce non troppo alto e parlando in modo semplice, comprensibile, con una modalità non verbale coerente con quella verbale. Bisogna saper ascoltare. Per riuscire in tutto ciò, però, è indispensabile anche lavorare su sé stessi, sul proprio mondo interiore.

"Conosci te stesso" non come semplice esercizio filosofico e intellettuale, ma come esortazione a prendere coscienza dei propri limiti, delle paure, delle incertezze, delle debolezze e dei punti di forza. Una ricerca interiore che serve a far emergere quella parte di sé capace di essere più solidale e in grado di aiutare gli altri.

La malattia mentale, dunque, impone a tutti noi delle riflessioni, dei ripensamenti, un confronto serrato con noi stessi; ci spinge a cambiare, a migliorare, a guardare il mondo con occhi diversi e ad andare sempre avanti, anche quando la cura della psiche sembra essere un'utopia.

L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l'utopia? A questo: serve per continuare a camminare (E. H. Galeano)

  • Articolo a cura di Antonella Di Noia - OSS