Residenza Sanitaria Assistenziale, una trappola per Oss

Scritto il 09/01/2017
da Paola Botte

L'invecchiamento demografico del nostro Paese ha riportato importanti conseguenze dal punto di vista assistenziale, le quali hanno coinvolto - spesso in negativo - la figura dell'OSS.

Cosa si nasconde dietro la promessa di un tempo indeterminato

Operatore Socio Sanitario in Rsa

La mancanza di supporto da parte dei familiari, che sono sempre più assenti e la riduzione dell'autonomia della popolazione anziana ha favorito la nascita di strutture socio-assistenziali e socio-sanitarie che si avvalgono della collaborazione di operatori socio sanitari con lo scopo di utilizzarli, però, come badanti.

In questo modo, in un periodo di crisi, dietro la possibilità di un'offerta di lavoro e il sogno di un contratto a tempo indeterminato, si nasconde spesso la delusione di essere dequalificati.

Non si tratta solo dell'inadeguato riconoscimento economico, si sta parlando di una mancanza di riconoscimento dal punto di vista delle mansioni e quindi del proprio titolo, acquisito al termine di una specifica formazione professionale.

Un'istruzione che lo distingue da altre "figure di supporto" infermieristico, come per esempio gli ASA, Ausiliari Socio Assistenziali.

A differenza degli OSS, che possono svolgere anche attività di specifico carattere sanitario, gli ASA forniscono prestazioni di semplice attuazione, non infermieristiche e non specialistiche. Capita sempre più spesso di trovare nelle strutture sanitarie ed in particolare nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) per anziani o per disabili, OSS che fungono da ASA e che forniscono esclusivamente prestazioni di carattere alberghiero, quali quelle inerenti lavanderia, pulizie, cura dell'igiene personale, preparazione dei pasti e aiuto nell'alimentazione, pulizia delle stoviglie, smaltimento dei rifiuti.

Viene meno tutta la parte che riguarda l'aspetto sanitario, come la rilevazione dei parametri vitali, il cambio di medicazioni e le fasciature semplici, la rilevazione della glicemia, la preparazione dell'assistito e dei materiali per specifiche procedure medico-assistenziali.

Questi interventi in una RSA sono affidati solitamente all'infermiere, che si trova già a dovere gestire da solo la terapia medica prescritta per decine di ospiti, ad assumersi ogni genere di responsabilità e ad intervenire in caso di emergenza. Il rapporto in alcuni casi è di un infermiere per sessanta pazienti, sia di giorno che di notte.

La volontà di risparmiare da parte delle Rsa, si tramuta così in problematiche di carattere sociale e sanitario sia per le figure professionali che lavorano all'interno della Residenza, sia per gli ospiti.

Infatti, se un infermiere, durante il proprio turno, deve svolgere solo attività sanitarie, non avrà mai il tempo di creare un rapporto più intimo con l'utente. Al contrario, se un OSS è chiamato ad espletare mansioni strettamente sociali - e neanche tutte, visto che in molti casi non gli è permesso di relazionarsi con i familiari degli utenti né di collaborare con gli educatori - non potrà mai mettere in pratica le sue competenze sanitarie e di conseguenza, come è stato detto, si sentirà declassato e a volte mal pagato.

Senza contare lo stress psicologico e il carico di lavoro fisico che un OSS è costretto a sopportare per la mancanza di personale. Seguire la tabella di marcia di una giornata tipo di una RSA presuppone tempi stretti e se gli operatori in servizio sono pochi, ad esempio due per venti anziani, la maggior parte dei quali non autosufficienti o parzialmente tali, è difficile rispettarli senza sacrificare la qualità del servizio.

Si rischia di non curare l'igiene personale nella sua totalità, di non fare correttamente la mobilizzazione dell'utente e arrecargli qualche danno, oltre al potenziale infortunio a cui si espone l'operatore stesso.

Si azzarda a lasciare ospiti psichiatrici incustoditi per portare a termine tutte le mansioni. Si arriva tardi alla fine del giro letti e quindi alle colazioni ai pranzi o alle cene e si mette in discussione il rapporto con l'utente che nel caso degli anziani può già essere difficile, perché si sentono abbandonati dalla famiglia, doloranti, stanchi e depressi.

A questo punto, ci si chiede quale sarà il futuro dell'OSS e del suo profilo. In un momento storico in cui ci si avvia verso un nuovo livello di qualificazione dell'Operatore Socio Sanitario con la terza S, il cosiddetto Super OSS o operatore socio sanitario con formazione complementare, paragonato addirittura all'infermiere generico di una volta, a cosa e soprattutto a chi serve tornare indietro e dequalificare il suo titolo.

Perché esiste ancora una discrepanza tra ciò che l'operatore socio sanitario deve fare e il suo reale impiego.

Perché in alcune strutture o addirittura regioni l'OSS è sostenuto, valorizzato, accompagnato verso una formazione continua, mentre in altre è disconosciuto, ricattato, sfruttato. Quando si arriverà ad un'uniformità nazionale nell'utilizzo di questa figura?