Il prodigio di essere infermiera

Il prodigio di essere infermiera

Scritto il 26/11/2022
da Giordano Cotichelli

C’è un bel film appena uscito su Netflix: Il prodigio. Il titolo è sicuramente accattivante in un’epoca in cui si promettono miracoli di ogni sorta e si vive di maghi, supereroi e salvatrici dei patri confini. Il periodo in cui si svolge la trama del film è quello dell’epoca vittoriana con ambientazione nella campagna irlandese: bella, immensa, verde, anche se umida e fangosa; e cupa come la torba di cui è disseminata. Un paesaggio piatto e desolato, ma strabordante di un’umanità che brucia vite e anime. Come la storia raccontata dal film.

Forse uno dei più bei tributi della cinematografia agli infermieri

Elisabeth, l'infermiera protagonista de Il Prodigio, film prodotto da Netflix.

La protagonista è Lib – Elisabeth -, un’infermiera inglese di ritorno dalla Guerra di Crimea dove si è formata alla scuola della Nightingale. È stata chiamata a prestare servizio in un remoto villaggio contadino le cui misere sorti amministrative sono gestite da un comitato di cinque uomini; un medico, un prete, un proprietario terriero ed altri due soggetti.

Il comitato incarica l’infermiera ed una suora – sister Ryan – di alternarsi nell’assistenza di una ragazzina di undici anni – Ann – per un periodo di una quindicina di giorni. Durante tale lasso di tempo le due donne dovranno osservare il comportamento della giovane che, a detta loro, sarebbe prodigioso in quanto è da almeno quattro mesi che la stessa non si nutre. Il medico, che dovrebbe essere il primo rappresentante del sapere scientifico del posto, arriva addirittura ad ipotizzare una fantomatica conversione dell’energia solare in calorie alimentari. Il prete riesce amabilmente a rappresentare la cultura clericale dominante.

La famiglia di Ann è molto povera e molto religiosa, al limite del fanatismo, ed il contesto socio-economico è quello dell’Irlanda che è da poco uscita dalla grande carestia del periodo compreso fra il 1845 e il 1849. Un dramma immenso di cui gli Irlandesi attribuiscono da sempre la responsabilità agli inglesi. Un particolare che rende ancora più difficile il lavoro dell’infermiera.

Elisabeth, scettica di fronte all’esistenza di qualsiasi prodigio e armata di convinzioni e conoscenze scientifiche, metterà in atto l’osservazione per cui è stata chiamata e la svolge in maniera rigorosa e metodica. Impedirà così ogni ulteriore contatto della famiglia con Ann con la quale riesce a diventare amica. Lib stringe anche una relazione con un giornalista del Daily Telegraph – William -, giunto sul posto per scrivere sul fenomeno.

Poco dopo l’isolamento dalla famiglia Ann comincia a peggiorare nel suo stato di salute, indebolendosi progressivamente, fino ad arrivare alla soglia della morte per consunzione. Da questo punto in poi la narrazione della storia si fa ancor più stringente e vede l’ammirevole interpretazione di ogni singolo attore e attrice del cast.

Il paesaggio e le ambientazioni ottocentesche, grazie ad una mirabile scenografia e ad una eccellente fotografia, conducono lo spettatore lungo il dispiegarsi degli avvenimenti. Va ricordato che il film è tratto dal libro omonimo, scritto da Emma Donogue, e vede all’opera un cast di attori prodigiosi ed una conduzione encomiabile del regista cileno Sebastian Lelio.

Nella descrizione della trama è necessario fermarsi qui per non rovinare la visione dello spettacolo e men che meno anticipare (i soliti anglo-dipendenti direbbero “spoilerare”) il finale. Quello che però interessa mettere in evidenza è la centralità del personaggio dell’infermiera Lib.

Cresciuta, come detto, alla scuola della Nightingale, ma si presenta di tutt’altra impostazione culturale ed etica. Non si lascia né condizionare dalle credenze religiose che dominano la famiglia di Ann, né dal ruolo gerarchico esercitato dal medico del villaggio. Anche nella relazione con William mostra dignità e identità di genere che permettono di azzardare l’ipotesi che la lotta per l’affermazione delle donne è un fatto presente da sempre nella storia sociale, ora declinato in senso collettivo, ora nelle relazioni ed affermazioni individuali.

Lib potrebbe benissimo essere un’infermiera dei giorni nostri in prima linea in un qualsiasi reparto Covid. O ancor più una delle tante colleghe che cercano, con metodo e sentimento, tanto sentimento, di mandare avanti la baracca del sistema sanitario, rimediando a falle, errori e credenze ideologiche di ogni tipo.

Due momenti in particolare mostrano lo spessore invidiabile del personaggio. Il primo quando l’infermiera è talmente disperata per l’avvicinarsi della fine di Ann, che cerca di introdurle a forza una sonda per alimentarla, ma poi vi rinuncia, perché non vuole fare violenza alla ragazzina, alla persona, alla relazione che ha istaurato con lei. Facile alimentare o contenere con forza un paziente, molto più difficile è capire cosa si possa fare in alternativa.

Il secondo passaggio di rilievo è quando Lib chiede aiuto a William sottolineandogli che ha bisogno di lui come persona, non come innamorato. In realtà c’è un terzo momento di rilievo, che è quello del confronto fra l’infermiera e i componenti del comitato ad un certo punto del film, ma di più non si può dire sempre per evitare “spoilerizzazioni” di sorta. La scena ad ogni modo ha il merito di sottolineare tutta la stupidità maschia propria del potere, cui la determinazione di Elisabeth riesce a tenere testa.

Non è un fatto abituale che una pellicola, fuori dai contesti sanitari, dalle narrazioni ospedaliere e di maniera delle melodrammatiche (e false) serie televisive, prenda come protagonista un’infermiera. In questo caso è stato forse uno dei più bei tributi alla professione e all’identità di genere che un’opera cinematografica possa aver realizzato. È per tale ragione, per alimentare in maniera positiva un senso di appartenenza e dell’etica stessa del lavoro e della scienza, che non se ne può che consigliare una piacevole visione.