Neonati morti a Brescia, le infermiere: Non massacrateci

Neonati morti a Brescia, le infermiere: Non massacrateci

Scritto il 09/01/2019
da Redazione

La vicenda dei neonati morti in pochi giorni agli Spedali Civili, al momento, è sotto la lente della Procura, dei Nas e degli ispettori inviati dal ministero della Sanità per capire che cosa sia accaduto. Nel frattempo sui social si sono scatenati commenti disumani, che toccano nel profondo la professionalità delle infermiere e di tutto il personale che in quel reparto ci lavora da anni. E proprio sui social le infermiere della TIN di Brescia difendono il loro lavoro.

Le infermiere della TIN: Ci avete massacrato, ora risollevateci

Sui fatti, confermando la totale fiducia nella magistratura, il direttore generale Marco Trivelli ha parlato di emergenza nata sui social, il nostro reparto è sicuro.

Il riferimento è alle persone che hanno commentato sui social il dolore di una mamma che ha perso suo figlio, trasformando la legittima domanda di verità in sospetto, il sospetto in accusa e quindi l'accusa in denuncia.

Ma le reazioni non sono arrivate solo dalla Direzione; anche le infermiere della Terapia Intensiva Neonatale (TIN) hanno scelto lo stesso mezzo, i social network, per difendere il loro lavoro quotidiano, stanche di vedere svilita la loro professionalità da "commenti disumani" di chi parla "di medicina e scienze infermieristiche davanti ad una persona che ha lottato per esserlo nella vita e ha studiato a lungo per poter salvare delle vite umane".

I social - scrive Laura Bruno, che lavora in quella TIN - sono un'arma a doppio taglio. E questa non è certo la prima volta che ce ne accorgiamo.

Questo è solo uno dei post che le infermiere del reparto stanno condividendo in difesa del proprio lavoro e della propria professionalità. Il presidente della Società Italiana di Neonatologia (Sin) Fabio Mosca, intanto, invita a non creare allarmismi e a considerare il fatto che i pazienti di quel reparto degli Spedali Civili di Brescia sono soggetti molto fragili.

Quando si parla di prematurità - spiega - bisogna assolutamente far passare il concetto che si tratta di una malattia, alla quale si sopravvive grazie a cure altamente sofisticate ed estreme, con cui teniamo in vita bambini che la natura non farebbe sopravvivere. E talvolta non ci riusciamo. Non ci riusciamo in 750 casi ogni anno. Non per questo bisogna per forza trovare degli errori.