Maternità, dev'essere un'esperienza partecipata e non imposta

Scritto il 03/11/2018
da Daniela Berardinelli

In occasione del Congresso Nazionale dei Ginecologi Italiani il ministro Grillo è tornato a parlare di salute, ma questa volta l’ha fatto con un taglio diverso, una sfumatura a tratti intima; l’ha fatto da politico, da medico, ma anche da donna e futura madre. Cosa può esserci di più intimo e toccante della sfera materna? Un universo pieno di dubbi, amore, desideri, perplessità, timori che travolge come un turbine ogni donna che si avvicina a questa trasformazione, non solo corporea ma anche mentale.

Gravidanza, fortifichi e non limiti la donna

Ha toccato la fragilità della sfera femminile, soprattutto nella fase pre partum, (e io aggiungerei anche post), sottolineando la necessità di stipulare un rapporto di fiducia con chi si verrà a prendere cura di lei e della sua nuova piccola creatura. È necessario volgere la nostra attenzione non solo alla donna ma anche alla sua famiglia, a coloro che la affiancano e la sostengono, per valutare ed effettuare prevenzione ove necessario, con un occhio multidisciplinare.

La gravidanza e la maternità non sono infatti esenti da rischi e lo dicono le statistiche con un’incidenza di depressione post partum, di cui i prodromi possono già evincersi durante la gestazione, che si aggira dal 15 al 20%.

Il ministro ha parlato di necessità di un riferimento umano per la donna, (ed aggiungerei anche per la neo famiglia, in senso allargato, che si verrà a creare), di sostegno psicologico per una condizione sì fisiologica ma molto complessa e potenzialmente a rischio come questi dati ci stanno mostrando. Ha ricercato il significato di queste parole nella sua professione, esattamente come io le ricerco nella mia.

Per ottenere una cura efficace è necessario infatti stare accanto al paziente, essergli vicino nel suo percorso, quanto più in uno stato di gravidanza, tutto ciò può essere realizzato solo per mezzo di una alleanza terapeutica fra l’entourage di sanitari e l’utente.

Ha poi citato la contraccezione gratuita, soprattutto per le fasce più deboli e a rischio. Gioia e gaudio per i sanitari, antropologi, sociologi e tutti coloro che studiano l’uomo nella sua interezza. La contraccezione viene correttamente inquadrata come investimento sulla prevenzione di oggi e di domani, e in un’epoca dove la minaccia del proibizionismo incombe, ha rimarcato la necessità di tutelare e salvaguardare gli obiettivi positivi ottenuti con la Legge 194.

Fra questi si ricordano la riduzione della mortalità materna, degli aborti clandestini, dell’uso dell’interruzione volontaria di gravidanza come strumento di contraccezione.

In un clima di caccia alle streghe la Legge 194 sta ancora subendo attacchi gratuiti e strumentali, a colpi di etica e moralità, e in altri paesi il diritto della donna è già stato rimesso in discussione o peggio preso a picconate e ridotto a brandelli. È indispensabile quindi continuare a portare avanti nel nostro paese il diritto all’autodeterminazione della donna, (e del cittadino), e questo può avvenire solo mediante lo sviluppo di una cultura attiva, che sa dove ricercare le sue basi e come svilupparle per portarle avanti.

Non dobbiamo dimenticarci da dove siamo partiti, quali lotte sono state fatte per ottenere questi diritti. L’autonomia e le responsabilità che ne conseguono viaggiano di pari passo con l’istruzione, a noi infermieri tocca coltivarle e speriamo che il nostro Sistema Sanitario Nazionale, che tanto ci invidiano all’estero, riesca ad uscire più o meno indenne da questo stallo e che possa dare l’opportunità ai professionisti che vi operano ogni giorno di farlo in condizioni serene, giuste e riconosciute, perché solo così saranno in grado di erogare un’assistenza di qualità.

Abbiamo bisogno, infatti, di essere risollevati da questo mare magnum disordinato di disinformazione, e che emerga la consapevolezza della necessità di competenze specifiche di tutti i professionisti che cooperano e ruotano intorno all’utenza; la formazione del personale deve essere valorizzata, a tutti i livelli.

Quello che io mi auguro come donna è che la maternità possa essere vista e vissuta come esperienza in primo luogo partecipata e non imposta, e poi che sia unica, catartica per il nuovo ruolo che si viene a rivestire in famiglia e in società ma che sia soprattutto rigenerativa, ovvero volta al miglioramento della condizione di vita della donna, seppure questo possa sembrare assurdo date le mille incombenze e doveri delle madri, e non meno importante, un sistema di welfare sempre più mancante.

Bisogna lottare per il diritto ad essere madre ma soprattutto per continuare ad essere donna, che la gravidanza fortifichi e non limiti la donna, che le dia gli strumenti per trasmettere alla progenie l’importanza della propria autonomia individuale.

Sconfiggiamo il baby blues e balliamo il blues.