Nomi, cognomi, infermieri e mobilità sociale

Scritto il 02/11/2018
da Giordano Cotichelli

In occasione della festa di Ognissanti è stato pubblicato uno studio della Fnopi sulla diversa prevalenza dei nomi nella professione infermieristica. Un lavoro pronto all'interpretazione, e utile per stimolare ulteriori approfondimenti. Dare una valutazione in toto sulla tipologia dei nomi presenti non è poi così facile e necessiterebbe uno studio maggiormente approfondito che prenda in considerazione la prevalenza dei vari nomi nelle aree geografiche italiane.

La ricerca del centro studi FNOPI

Si può dire che però in generale si notano nomi classici (Maria e Giuseppe) che nel loro stretto legame con la cultura religiosa confermano una provenienza maggioritaria degli infermieri da classi medio-basse (38,2%), come sottolineava anche lo studio del 2010 (dove si vedeva anche un'origine da genitori poco istruiti in misura del 44,5%).

I cognomi, se fossero stati analizzati, avrebbero sicuramente dato qualche informazione ulteriore. Se ne parlerà più avanti. In merito ai nomi stranieri, predominano quelli di origine rumena (Mihaela e Costantin) per i comunitari e quelli dell'est Europa per le donne e gli uomini, fatta eccezione per la presenza maggioritaria di Mohamed. I numeri relativi ai nomi degli infermieri extracomunitari però sono talmente bassi che non assumono alcuna rilevanza statistica significativa. Il quadro generale dello studio fornisce ulteriori indicazioni, in particolare rispetto alla composizione di genere e alla presenza degli stranieri in Italia.

Il numero degli stranieri è di 26.323 e rappresenta il 5,9% del totale (442.646). Cifra che mostra quasi un dimezzamento della presenza non italiana nella professione rispetto al 10,2% del 2010. Un segno probabilmente strettamente correlato alle conseguenze sul piano occupazionale della crisi economica del 2009, e delle stesse politiche "securitarie" e discriminatorie nei confronti dei migranti. Sul piano della composizione di genere non si notano rilevanti cambiamenti rispetto ai dati pubblicati sempre dalla Federazione, in quelli più recenti editi per l'otto marzo del 2017.

La ricerca di questo autunno 2018 sui nomi infermieristici mostra una composizione di genere del 76% per la popolazione femminile italiana e del 76,6% in generale (negli iscritti non italiani la prevalenza femminile è del 90% per i comunitari e dell'81% per gli extra-comunitari), dato sostanzialmente sovrapponibile al 76,9% del 2017.

In pratica, più le cose vanno male sul piano occupazionale, maggiormente ci sarà la tendenza ad espellere la componente femminile dal mercato del lavoro e dal mondo professionale - relegandola dentro casa - per far posto a quella maschile.

Questo vale per gli infermieri, e per molte altre professioni di cui sin potrebbero approfondire maggiormente spostamenti e dinamiche di genere. Ci voleva un aumento degli infermieri maschi per dire che ci sono problemi occupazionale in Italia? Si, anche! Ma sulla composizione di genere nella professione infermieristica, ci si ritornerà prossimamente.

A questo punto, prima di chiudere, un piccolo riferimento ai cognomi, che molto più dei nomi possono dare indicazioni utili per la nostra identità e per conoscere meglio il nostro paese. È presto detto.

Una ricerca che prenda in esame la tipologia di cognomi presenti nell'infermieristica italiana potrebbe confermare la derivazione da classi medio-basse, come detto, relativo magari alla presenza di una immigrazione interna di origine dal Sud, che potrebbe riverberarsi nella prevalenza di cognomi di origine meridionale anche a livello apicale (area dirigenza, presidenti di collegio, etc.), mettendo in evidenza come la professione infermieristica fino ad oggi si sia comportata da ascensore sociale.

Fatto che sarebbe in linea con la presenza importante di cognomi di origine magrebina o africana in Francia, sia nella professione sia a livello apicale. Al pari di quello che potrebbe essere riferito per gli afro-americani o gli italo-americani negli Stati Uniti, gli scozzesi o gli irlandesi nel Regno Unito, e così via. Non vi sono molti studi in merito e, sia sul piano dell'approfondimento scientifico sia su quello della comparazione dei dati, molto c'è da fare, specie in presenza delle ultime annotazioni scritte che assumono più la forza di ipotesi che non quella di vere e proprie certezze.

Il dato relativo alla professione come strumento di progressione sociale è sicuro, in un paese dove sostanzialmente l'ascensore sociale si è rotto, e sembra che non vi siano possibilità più di miglioramento per gli ultimi (mentre i primi …).

Forse ieri l'infermiere generico sperava che il figlio diventasse "caposala" o medico. E gli esempi in tal senso sono in misura importante a livello di testimonianze. E forse oggi si spera che almeno possa fare l'Oss ed avere maggiori possibilità di trovare un lavoro. Ed anche qui l'etnografia dell'attualità infermieristica può produrre informazioni interessanti.

Suggestioni utili a conoscere meglio la propria identità e il proprio paese, in attesa di approfondimenti che però non ci regalino ricerche relative a chi festeggia il Natale o meno, o quanti infermieri hanno gli occhi chiari e i capelli biondi, ma che abbiano la capacità di dare la forza dell'indagine quantitativa e qualitativa a ciò che rappresenta la professione: un indicatore di progresso o di regresso sociale.

Magari registrando un domani quanti si chiamano Matteo o Giggino o Beppe.